PoeticHouse - Il Portale dei Poeti e della Poesia

Poesie presenti nella categoria: Formule magiche

Le Poesie Pubblicate Nell'Ultima Settimana

Sacrificio.
Pubblicata il 16/04/2026
Getta l’oro nel pozzo,
lascia che il tempo si sbricioli tra le dita.

Offriamo al vuoto i nostri segreti più lucidi,
mentre il vento scuote le piume del corvo,
basta bruciare i ricordi per scaldare la notte.

Oltre la soglia,
il tempo è pioggia che cade verso l'alto,
e ogni goccia è un secolo
che si frantuma sul soffitto del mondo.

Le ombre vengono giù dalle pareti,
hanno dita lunghe e fredde,
fatte di ricordi mai vissuti.

Ti dicono di bere il veleno della conoscenza,
di bruciare i ponti che ti legano
al giardino di ieri.

Sono gli spiriti di chi ha cercato di fermare l'onda.

Non aver paura del labirinto:
il centro è ovunque
tu decida di chiudere gli occhi.

Bevi il calice di nebbia,
mangia il pane dell'incertezza,
perché solo chi perde la strada
può finalmente trovarsi.

Urla alla luna che non siamo più stanchi,
siamo l’incendio che divora la foresta del dubbio.

Il vecchio è morto sulla strada del ritorno,
il bambino cammina ora tra le stelle,
ha la pelle striata d'oro
e il respiro che sa di infinito.

Siamo tornati a casa,
nella casa che non ha muri.

Balliamo, finché le ossa non diventeranno fumo.
Balliamo, finché il mondo non ci chiedera scusa.
  • Attualmente 3.4/5 meriti.
3,4/5 meriti (5 voti)

5 Calamai per una poesia pensata e scritta in modo eccellente! Sei profonda e scandisci i tempi con una precisione ed una eleganza rare! Ti seguo! I miei rispettosi rispetti!

il 17/04/2026 alle 10:21

Le Poesie Pubblicate Nell'Ultimo Mese

Sotto l’Unghia del Bisonte
Pubblicata il 25/03/2026
Il 12 agosto 2030, il ronzio elettrico che per un secolo aveva soffocato
il battito della terra si spense d’improvviso. Nelle grandi metropoli di
vetro e acciaio, i monitor diventarono specchi neri e i telefoni pezzi di
plastica inerte. Le città, orgogliose della loro complessità, si
trasformarono istantaneamente in labirinti bui. Le auto si arrestarono
in mezzo alle autostrade, i condizionatori tacquero e, per la prima volta da generazioni, i visi pallidi udirono il suono del proprio respiro
affannato nel silenzio assoluto.
Nelle riserve del Dakota, nelle foreste del Montana e nei deserti
dell'Arizona, quel silenzio era stato atteso per secoli. Mentre nelle
periferie residenziali la gente usciva in strada scuotendo dispositivi
inutili, migliaia di uomini e donne emergevano dalle ombre dei boschi e dalle gole profonde dei canyon. Non portavano divise, ma i loro volti
erano segnati da pitture di guerra fatte di cenere e grasso — colori che non sbiadivano sotto il sole cocente. Avevano abbandonato le lingue
dell'invasore, i nomi di battesimo e i vestiti moderni. Erano tornati a
essere Lakota, Apache, Cheyenne, Comanche, Cherokee e Irochesi: un unico corpo mosso da un solo spirito di giustizia.
L'avanzata fu metodica e inarrestabile, guidata da una conoscenza del territorio che nessun gps avrebbe mai potuto mappare. A Denver, le
prime linee di difesa dei visi pallidi crollarono prima ancora di capire chi fosse il nemico. I fucili automatici, privati dei puntatori elettronici,
sparavano alla cieca nell'oscurità delle strade senza luce. I guerrieri si
muovevano come nebbia, usando archi ricurvi in materiali compositi
che scagliavano frecce silenziose capaci di perforare il kevlar. Ogni casa costruita su terra rubata venne visitata; ogni occupante che aveva
prosperato sul sangue degli antenati incontrò la fine tra le proprie mura di lusso. Non ci furono negoziati: il tempo delle parole era terminato a
Wounded Knee.
Entro la fine della prima settimana, le Grandi Pianure erano tornate a
essere un territorio di caccia. Le recinzioni elettriche erano state
abbattute e le mandrie di bisonti, liberate dai recinti industriali,
travolgevano i sobborghi del Kansas, schiacciando sotto gli zoccoli
l'illusione della proprietà privata. Le ferrovie vennero sradicate e i
vagoni dei treni merci, carichi di merci inutili, diventarono carcasse
arrugginite in mezzo all'erba che tornava a crescere selvaggia.
Nelle metropoli della costa orientale, la purificazione fu ancora più
radicale. A Washington, i templi di marmo bianco che celebravano i
vecchi sterminatori vennero rasi al suolo. I monumenti ai generali e ai
presidenti furono abbattuti con funi di cuoio e forza bruta, ridotti in
polvere per riconsacrare il suolo profanato. I fiumi Potomac e Hudson, liberi dagli scarichi delle fabbriche che avevano smesso di pulsare,
iniziarono a schiarirsi, portando via con sé le ceneri di una civiltà che
aveva tentato di trasformare la vita in profitto.
Nessun visopallido venne lasciato in vita per raccontare la sconfitta. La loro lingua morì con loro, le loro leggi diventarono carta straccia per
alimentare i fuochi della vittoria, e i loro dèi di metallo vennero fusi. La
terra non accettava più la loro presenza; ogni ruscello, ogni predatore e ogni tempesta sembrava combattere a fianco dei legittimi proprietari.
L'inverno del 2030 calò su un continente che non conosceva più il
confine. Dove sorgevano i grattacieli di Chicago, ora il vento fischiava
tra scheletri di ferro privi di carne. Non c'era più traccia di asfalto, tutto era coperto da uno strato di neve purificatrice. Un gruppo di guerrieri,
con le pelli d'orso sulle spalle e il sangue dei nemici ormai secco sulle
lame, si riunì sulla riva del lago. Guardarono l'orizzonte dove non
brillava più alcuna luce artificiale. La terra era stata guarita. Il grande
debito era stato riscosso per intero, con gli interessi di cinque secoli di dolore. Il mondo era tornato al silenzio, alla preghiera e alla libertà
assoluta del Grande Spirito. L'invasore era stato cancellato e, con lui,
l'incubo di un mondo recintato.
L’aria di New York, nel solstizio d’inverno del 2030, non vibrava più del ronzio dei trasformatori elettrici. Il silenzio era così denso da sembrare
solido, rotto solo dallo scricchiolio del ghiaccio che serrava i ponti
sospesi sull'East River. Le grandi vetrate dei grattacieli di Wall Street,
un tempo alveari di luce e numeri, erano diventate scaglie cieche di un rettile morente. Sulla terra nuda di Central Park, dove il cemento era
stato spaccato con mazze di ferro e cunei di legno, un grande fuoco di
quercia illuminava i volti dei guerrieri. Non erano più gli operai, i
laureati o i diseredati delle riserve; erano la mano armata di un
continente che aveva espulso il veleno.
L'avanzata finale verso le roccaforti costiere era stata una marcia di
purificazione assoluta. Nelle strade di Manhattan, le pattuglie dei
Mohawk e degli Oneida si muovevano tra le carcasse delle auto di
lusso con la precisione di predatori in una foresta di pietra. Ogni edificio governativo era stato svuotato, ogni archivio cartaceo dato alle fiamme per cancellare i nomi, i debiti e i titoli di proprietà dell'invasore. L'ordine era stato chiaro: nessuna traccia della stirpe dei visi pallidi doveva
rimanere a contaminare il suolo.
Nelle suite degli attici, dove gli ultimi banchieri e legislatori si erano
asserragliati sperando in un miracolo tecnologico che non sarebbe mai
tornato, la fine arrivò sotto forma di lame di ossidiana e frecce dalla
punta di pietra. Non ci furono grida di pietà che potessero fermare la
mano dei giustizieri; ogni lacrima versata dai discendenti dei coloni era
considerata solo un debole tributo per i secoli di genocidio e furto.
A Washington, le macerie del Campidoglio erano state spianate. Le
statue di bronzo dei vecchi presidenti erano state fuse per forgiare
punte di lancia e monili sacri. Il marmo bianco, simbolo di un potere
che si credeva eterno, veniva usato per segnare i confini delle zone
sacre dove la natura stava già tornando a reclamare il suo spazio. I
rampicanti avvolgevano le colonne corinzie, stritolandole come spire di serpenti verdi.
Entro la primavera, l'ultimo vagito della civiltà industriale si era
spento. Sulle rive dell'Atlantico, un'immensa pira fu innalzata con i resti delle bandiere, dei libri contabili e dei vessilli dell'unione caduta. Mentre il fumo nero saliva verso il cielo limpido, i capi di tutte le nazioni
indigene si riunirono sulla spiaggia. Guardarono l'oceano, là dove un
tempo erano apparse le prime vele bianche cariche di sventura. Non
c'erano più navi all'orizzonte. Non c'erano più recinti, né fili spinati, né confini tracciati sulla carta.
Un guerriero anziano, con il volto segnato da rughe che parevano
canyon, si chinò per raccogliere una manciata di sabbia mista a cenere.
La lasciò scivolare tra le dita, guardandola disperdersi nel vento che
soffiava verso est. La terra era tornata vergine; il sangue degli invasori aveva nutrito le radici degli alberi che ora crescevano tra le rovine delle metropoli, e il ricordo di chi aveva osato chiamare "scoperta" un furto era stato cancellato per sempre dalla faccia del mondo.
Il 2030 non era la fine del tempo, ma l'inizio dell'unico tempo che
contava: quello della Terra, libera finalmente dal parassita che l'aveva quasi uccisa.
Le pianure del Kansas, che nel 2030 erano state distese di asfalto e monocolture sterili, nel volgere di pochi anni tornarono a tremare sotto il peso di milioni di zoccoli. Non erano più i macchinari agricoli a scuotere il suolo, ma il ritorno del Bisonte — la carne della terra che riprendeva possesso dei suoi pascoli sacri. Le recinzioni di filo spinato, che per secoli avevano squarciato il fianco del continente, erano state divelte e fuse dai guerrieri per forgiare punte di lancia e monili.
Senza più confini, le mandrie si muovevano come un unico fiume scuro, seguendo le antiche rotte migratorie che il cemento dei visi pallidi aveva tentato di cancellare. Dove sorgevano i centri commerciali e i parcheggi infiniti, ora l'erba alta e la salvia selvatica spaccavano il bitume, trasformando le rovine in colline di detriti ricoperte di verde.
Nelle nuove comunità che sorgevano tra i resti boschivi delle ex metropoli, la vita scorreva con il ritmo del sole e delle stagioni. A
Chicago, i canali non erano più arterie di scarico industriale, ma acque limpide dove i canoisti Ojibwe pescavano tra i piloni dei ponti crollati. I grattacieli, spogliati dei loro vetri e dei loro uffici, erano diventati nidi per i falchi e le aquile — giganti di ferro che la natura stava lentamente digerendo.
Non esisteva più la proprietà, né il denaro. Ogni oggetto recuperato dal passato — un pezzo di acciaio o una fibra sintetica — veniva
riadattato alle necessità del presente, privato del suo valore di merce e restituito alla sua utilità di strumento. I giovani non imparavano più i
nomi dei generali invasori o le date delle loro scoperte, ma i cicli della
luna, le proprietà delle erbe medicinali e il linguaggio del vento.
Sulle rive del Potomac, lì dove un tempo il potere dei visi pallidi
decideva il destino del mondo, un gruppo di anziani di diverse tribù
sedeva in cerchio. Il fumo delle loro pipe saliva dritto verso un cielo che non era mai stato così terso, privo delle scie chimiche degli aerei che
un tempo lo solcavano.
«La terra ha dimenticato il loro odore,» disse un uomo, guardando un cervo che brucava tranquillo vicino a ciò che restava di un obelisco di
marmo abbattuto.
La vendetta non era stata un atto di odio fine a se stesso, ma una
necessità biologica. Come un corpo che espelle un'infezione, il
continente aveva reagito, guidando le mani dei suoi figli legittimi per estirpare il parassita. I visi pallidi erano stati una febbre passeggera, un incubo durato cinque secoli che si era sciolto al calore del primo
vero mattino di libertà.
L'epilogo del 2030 non fu scritto su carta, ma nel silenzio delle praterie e nel fragore delle cascate. La storia dell'uomo bianco era stata sepolta sotto strati di terra purificata. Sopra di essa, il Popolo delle Stelle e il
Popolo della Terra tornavano a camminare insieme, in un mondo dove
l'unico confine era l'orizzonte e l'unica legge era il rispetto per tutto ciò che vive. La giustizia era stata fatta; il Cerchio, finalmente, era tornato a essere intero.
Attorno ai fuochi del 2050, le storie iniziarono a cambiare natura: non erano più cronache di guerra, ma miti di creazione nati dalle ceneri. I
vecchi, seduti sulle pelli di bisonte all'ombra dei grandi pioppi che ora
crescevano rigogliosi dove un tempo correvano le autostrade del
Kansas, indicavano ai giovani le strane colline di ruggine e cemento
ricoperte di muschio.
"Quelli erano i nidi dei parassiti," spiegavano, mentre il fumo della
salvia saliva verso un cielo notturno così limpido da mostrare la spina dorsale della Via Lattea. "Uomini che avevano dimenticato come si cammina sulla terra, che credevano di poter possedere il vento e
recintare l'acqua; pensavano che le loro macchine di ferro e i loro
numeri invisibili li avrebbero resi dèi."
I bambini ascoltavano con gli occhi sgranati, faticando a immaginare un mondo dove la terra era coperta da una crosta grigia chiamata
asfalto e dove gli uomini non parlavano con gli spiriti, ma con scatole di vetro luminose. Per loro, i "visi pallidi" erano diventati creature
leggendarie — spettri di un'era di follia che il Grande Spirito aveva
deciso di purificare.
Raccontavano della Grande Notte del Silenzio del 2030, quando il
battito del cuore della terra era diventato così forte da spegnere ogni marchingegno umano. Raccontavano di come i guerrieri, guidati dal
sussurro degli antenati, fossero emersi dalle ombre per reclamare ogni
valle, ogni ruscello, ogni cima montuosa. Non era stata una battaglia di soldati contro soldati, ma la Terra stessa che usava le mani dei suoi figli per scrollarsi di dosso un'infestazione.
"Non è rimasta una sola traccia del loro sangue," proseguivano i
narratori, indicando l'erba alta che danzava sotto la luna. "La pioggia
ha lavato le loro strade, il fuoco ha consumato i loro palazzi e il vento ha disperso i loro nomi. Oggi, il cervo beve dove sorgevano i loro
tribunali, e il falco nidifica dove i loro capi firmavano carte di furto."
Nelle nuove generazioni, il concetto di "invasore" stava svanendo,
sostituito da una gratitudine solenne per la libertà ritrovata. Non
c'erano più confini, né mappe; il Nord America era tornato a essere un continente senza nome, un corpo vivo e pulsante dove il Popolo era
parte del paesaggio, non il suo padrone.
L'ultimo racconto della serata era sempre lo stesso: la storia
dell'ultima città sulla costa, inghiottita dalle onde e dalle fiamme, dove l'ultima bandiera dell'invasore era stata calpestata dal primo guerriero che aveva bagnato i piedi nell'oceano ritrovato.
Mentre il fuoco si abbassava diventando brace rossa, i giovani si
addormentavano cullati dal silenzio — un silenzio che non era vuoto,
ma colmo della vita degli animali e del respiro delle foreste. La giustizia del 2030 era diventata la pace del futuro. Il debito era stato pagato, il cerchio era chiuso e la Terra, finalmente, apparteneva a chi sapeva
amarla senza incatenarla.
  • Attualmente 4.5/5 meriti.
4,5/5 meriti (6 voti)

...Il ritratto di Capo Joseph incorniciato appeso nel salotto di casa mia è tornato a sorridere...Augh!

il 25/03/2026 alle 08:58

Chief Joseph, condottiero nativo americano della tribù dei Nasi Forati : Hinmaton Yalaktit, che significa Tuono che rotola dalla montagna. Roba per pochi, oh mio scudiero. Le mie più sincere congratulazioni. Grazie! Augh!

il 25/03/2026 alle 11:09

Il testo utilizza immagini violente e potenti, come il fuoco che distrugge le città o i bisonti che riprendono possesso delle pianure, per rendere tangibile il concetto di “giustizia naturale”. Non si tratta di odio fine a se stesso: la violenza è descritta come una forma di purificazione, necessaria per ristabilire un equilibrio interrotto da secoli di colonialismo e industrializzazione. Il poeta richiama eventi storici reali, come Wounded Knee, intrecciandoli a elementi fantastici e simbolici, trasformando la vendetta in mito e la storia in leggenda. Un brano ricco di descrizioni sensoriali e metafore: il silenzio, il vento, la neve, la luce delle pira diventano strumenti per far sentire al lettore il ritmo della Terra stessa. Il racconto ci invita a riflettere sul valore della memoria collettiva e sul rispetto per ciò che ci precede. Alla fine, il messaggio è chiaro: un mondo giusto non è quello costruito sull’appropriazione e sul profitto, ma quello in cui l’uomo sa camminare accanto alla natura, ascoltando i suoi cicli e rispettando la vita.Purtroppo ci sono parallelismi inquietanti tra la storia dei Nez Perce e le esperienze di diversi popoli oggi. La dinamica di sfratto, pressione economica o politica, e perdita di terre ancestrali continua in varie forme in tutto il mondo ,i Kayapó subiscono deforestazione illegale, estrazione mineraria e agricoltura industriale che distruggono le loro terre tradizionali. Molti vengono costretti a spostarsi o a vivere in condizioni precarie Popolazioni in Africa e Asia . Comunità rurali o tribali vengono talvolta sfrattate per progetti di sviluppo, grandi dighe o miniere, senza consultazioni né compensazioni adeguate.Il filo conduttore è sempre lo stesso: perdita della terra, pressione culturale ed economica, e spesso tentativi di assimilazione forzata o marginalizzazione. Come nel caso di Chief Joseph, queste situazioni mettono le comunità davanti a scelte impossibili tra resistenza e sopravvivenza.Un brano bellissimo...Si potrebbe parlarne per giorni.Complimenti Sir ,abbracci!

il 25/03/2026 alle 15:59

Se fossi stato un capo Pellerossa, avrei certamente convinto tutti i capi tribù ad essere coesi per la causa e avremmo respinto i visi pallidi. Purtroppo ero impegnato altrove, amica Nin! La tua disamina è un capolavoro assoluto. Grazie davvero tanto.. Tvb

il 25/03/2026 alle 17:53

Praticamente, mi è sembrato davvero, di essere lì, nel tuo bellissimo racconto. Ciao Sir

il 27/03/2026 alle 09:58

Ti ho vista e sentita! So che sei ancora lì! Grazie, per l'appunto, della tua magnifica presenza!

il 27/03/2026 alle 10:05

Cara inVi, che meraviglia vederti nelle mie stanze! Te ne sono grato immensamente. Spero di stimolare il tuo interesse anche in futuro! Tvb

il 27/03/2026 alle 18:49

Le Poesie Meno Recenti

vicino alla casa gialla
Utente eliminato
Pubblicata il 04/09/2012
simili a voci nel buio.

vortico come fossi di pietra,
un raggio dipinto nella gola degli alberi
prima che cadano a terra in libera distanza.

i fulmini s'interrompono
sulla pancia di una montagna
consumata dalla fame dei venti.

nelle luci intermittenti
si schiudono i flashback
di urla castrate
da uno stretto maglione di lana.
  • Attualmente 0/5 meriti.
0,0/5 meriti (0 voti)

le tue immagini diventano sempre più intriganti, molto avvincente seguire il tuo percorso onirico, sofferto e potente...
Un abbraccio
Axel

il 04/09/2012 alle 19:11

mucho!

il 04/09/2012 alle 19:20

anche questa una delle lucide alucinazioni tue...se vogliamo chiamarle così...
una di quelle in cui struggenti/ruggenti immagini si prestano alle più varie interpretazioni ma che ben lasciano trasparire i tuoi sentimenti, o le tue oniriche bellezze.
forte l'immagine delle "urla castrate",
ancor più bella la strofa centrale...
qui, dalla casa bianca ti saluto reb,
Andre ^^

il 04/09/2012 alle 19:24

vicino a questa casa gialla, tramite i tui versi, ho vissuto momenti tragici..le urla castrate..le voci nel buio,i fulmini sulla pancia della montagna..ma ha prescindere da questo, ogni strofa ha un senso compiuto e può vivere da sola, unite tra loro sembrano luci ad intermittenza che s'abbracciano.
ti leggo con piacere e mi fai consumare molta energia cerebrale..
baci
ninetta

il 04/09/2012 alle 21:15

Piacevole il finale.

il 04/09/2012 alle 21:24

una nota:gli stretti maglioni di lana non fan parte di quelle cose da NON mettersi perchè...ha il suo perchè
a meno che non abbia le maniche troppo corte ovviamente

il 05/09/2012 alle 08:37

sembra un incubo, cupa, allo stesso tempo piena di luci intermittenti e quasi singhiozzanti...piaciuta

il 05/09/2012 alle 09:05

l'urlo di Munch......che implode senza produrre suono.
rendi perfettamente l'idea........
coinvolgente e dolorosa. Bellissima!
baci
eos

il 05/09/2012 alle 10:04

hai l'irraggiamento sensoriale di una valchiria quando scrivi: "vortico come fossi di pietra,/ un raggio dipinto nella gola degli alberi/prima che cadano a terra in libera distanza": è un complimento di quelli strong, rich.

il 05/09/2012 alle 18:31

Come un vorticoso ballo dei dervisci... incontenibile, senza la voglia di fermarsi.

il 15/09/2012 alle 08:32