Il componimento si configura come un'autopsia del sacro, dove il ritorno (il revenant) non è una carezza spettrale, ma una vibrazione siderale che lacera la crosta del quotidiano. È un’opera che rifiuta la pacificazione del ricordo per abbracciare la crudeltà del reperto.L'io lirico si spoglia delle strutture semantiche rassicuranti per ridursi a puro carbonio e vibrazione d'acciaio. La figura dell'oplita non è eroica, ma biologica: è una traccia chimica che esala tra lo scempio dei ventri di cavallo. Qui risiede la corrosione ,nel declassare la storia a macelleria organica, privando il conflitto di ogni retorica gloriosa.La citazione finale sigilla l'opera in un nichilismo attivo. Se la gioia è affanno e la lealtà è inganno, il poeta non può che farsi testimone dello scarto. La ragione è un "torto" perché tenta di dare ordine a un campo di macerie che risponde solo a leggi siderali e metalliche.Un'opera che resta impressa ,come testimonianza di una bellezza che non cerca conforto, ma verità nell'urto.Con profonda stima e ammirazione William.
Non ci si muove bene in questo Gotha, non tanto per la costante presenza del dolore ma, paradossalmente, per la sua assenza. Ti rinnovo la mia stima, Ancient