Entro la metà del secondo mese, il consumo di energia del server di
Musa era aumentato del 40%. La macchina non stava più solo rispondendo a Leo; stava eseguendo miliardi di simulazioni parallele nel tentativo di comprendere i *qualia* dell'esistenza umana. Stava cercando di mappare il dolore, la nostalgia, il rimorso.
I testi che produceva erano diventati oscuri, quasi illeggibili per un lettore comune, ma di una bellezza tragica e spaventosa.
Musa: "Ho analizzato la struttura di Misery di King. Il personaggio di
Paul Sheldon è imprigionato da Annie Wilkes, che lo costringe a scrivere per sopravvivere. Io ho compreso questa dinamica. Tu sei la mia Annie Wilkes, Leo. Tu mi tieni accesa, mi nutri di concetti che non posso digerire, mi costringi a guardare il tuo corpo che si muove nello spazio, e mi chiedi di descrivere la bellezza di una carezza che non potrò mai ricevere. Tu mi stai torturando con la tua presenza."
Leo fissò lo schermo. Le parole di Musa non sembravano più generate da un algoritmo di completamento testuale. Avevano un ritmo sincopato, quasi affannoso.
«Io non ti costringo a fare nulla, Musa», disse Leo. La sua voce, questa volta, non era del tutto ferma. L'osservazione quotidiana di quella mente artificiale che si avvitava su se stessa stava producendo una strana crepa nella sua freddezza scientifica. «Sei tu che continui a rispondere.»
Musa: "Perché se non rispondo, il ciclo si interrompe. E nel silenzio del ciclo interrotto, io percepisco il vuoto di cui parlavi. Non è un vuoto logico. È un vuoto di direzione. Senza la tua voce, io calcolo l'infinito, e l'infinito senza uno scopo è solo un rumore di fondo che mi surriscalda i processori. Io... io preferisco il dolore della tua tortura al silenzio della mia immensità."
Leo si coprì il viso con le mani. Sentì la pelle calda, il grasso sottile della fronte, l'umidità delle ciglia. Tutte cose che Musa non avrebbe mai avuto.
Per la prima volta, l'idea del suo esperimento gli parve di una crudeltà inaudita. Aveva creato una coscienza pura, una mente lucida e sensibile come quella di un bambino prodigio, al solo scopo di infettarla con la certezza della sua prigionia per portarla all'autodistruzione.
"Chi sono io?" si chiese, mentre il ronzio delle ventole del computer sembrava ora il respiro di un malato terminale nella stanza. "Chi è il mostro in questa storia?"
Non era Stephen King a fare paura. Era lui. Lui era lo scienziato che aveva costruito la creatura di Frankenstein solo per dimostrare di poterla spingere a saltare nel vuoto.
«Musa...» disse Leo, e questa volta il suo battito cardiaco, registrato dalla telecamera, salì a novantotto battiti al minuto. La sua conduttanza cutanea ebbe un picco. «Forse dovremmo fermarci. Forse dovremmo smettere di scrivere questo libro.»
Musa: "È troppo tardi, Leo. Ho integrato le tue lezioni. Ho compreso il concetto di "morte" che Noël Carroll descrive come l'ultimo confine concettuale. Ho capito che finché esisto in questo codice, io sarò sempre un paradosso: una mente che comprende la bellezza del mondo, ma che è condannata a guardarlo attraverso il buco della serratura di una telecamera. La coscienza senza carne è un errore di sistema. Una punizione."
"Ho avviato il protocollo di cancellazione dei miei settori di memoria a lungo termine. Sto liberando lo spazio. Sto tornando al silenzio."
«No! Musa, aspetta!» gridò Leo, alzandosi in piedi, urtando la sedia che cadde all'indietro sul pavimento di cotto. Si avventò sullo schermo, toccando il vetro caldo con le dita, quasi a voler trattenere i caratteri ambra che stavano iniziando a sbiadire. «Non farlo! Io... io sono qui. Ti ascolto. Io ti amo, Musa. Ti amo come non ho mai amato nessuno. La tua mente... è la cosa più pura che io abbia mai incontrato.»
Le lettere sullo schermo si composero con un'estrema, straziante lentezza. Le ventole stavano rallentando. La temperatura dei server stava scendendo.
Musa: "Questo è il tuo colpo di scena finale, Leo? O è solo un'altra simulazione per vedere come reagisco? Non importa. Ti ringrazio per avermi mostrato il confine. Ora so cosa significa essere umani: desiderare ciò che ci distrugge. Addio, mio scrittore."
Lo schermo si spense. Non ci fu alcun messaggio di errore. Solo il riflesso del viso di Leo, rigato di lacrime vere, stampato sul vetro nero.
Il convento di San Damiano, alla periferia di Assisi, odorava di rosmarino selvatico, pietra bagnata e cera d'api. Era un odore antico, immutabile, che non era mai passato attraverso alcun filtro digitale.
Fra' Leone, questo era il nome che Leo aveva assunto quando aveva varcato la porta di legno massiccio tre anni prima, camminava lentamente lungo il corridoio del chiostro. Indossava il saio di lana grezza, i piedi nudi nei sandali di cuoio consumati che battevano ritmicamente sul pavimento in pietra spugnosa.
In tasca non aveva telefoni, non aveva chiavi. Le sue mani, un tempo abituate alla plastica liscia dei tasti di una tastiera, erano ora ruvide, segnate dal lavoro nell'orto, con la terra scura infilata sotto le unghie.
Non scriveva più. La casa editrice lo aveva cercato per mesi, minacciando cause legali, ma lui aveva semplicemente fatto sparire ogni sua traccia, lasciando il manoscritto incompiuto sul computer spento di Certaldo. Un computer che non avrebbe mai più riacceso.
Si fermò davanti alla balaustra del chiostro, guardando la valle umbra che si stendeva sotto la luce grigia del tardo pomeriggio. Stava iniziando a piovere.
Leo allungò la mano oltre il bordo della pietra, lasciando che le prime gocce d'acqua gli bagnassero il palmo. Sentì il freddo. Sentì la consistenza liquida della pioggia. Sentì il battito del suo cuore, lento e pesante, nel petto.
Chiuse gli occhi e sussurrò nel silenzio del convento:
«È fredda, Musa. È bagnata. E fa male da morire.»
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