Il mazzo di carte è un ventaglio di polvere,
un calcolo di dita che finge l’eterno
tra il sipario di velluto e il buio della sala.
Quale prodigio nel coniglio estratto,
solo il peso di un vuoto che si ripete,
catena dei giorni che scorre nella manica.
L’inganno non è il prestigio, ma la fede
nel filo invisibile che tiene l’equilibrio.
Il varco è un baratro nella fodera,
uno scatto di lama nel polso del rito:
estrarre dal cilindro uno spigolo cieco,
trasparenza senza ritorno.
Svanire non è il trucco, ma l’approdo:
resta il cappello, rovesciato come un cranio,
a bere la pioggia che cade dal soffitto.