Secca secca ondeggiava di qua e di là come una canna al vento. Quante volte aveva letto Deledda, la decadenza di cui si soffre, la paura di se stessi. Nella ciondolava il capo in preda all’ira, madre natura le era stata taccagna ma resisteva, rispondeva alle sciagure che dalla nascita l’avevano atterrata. Ruttava ed emetteva peti sproporzionati rispetto al suo esserino, viveva quelle fasi intensamente, erano uno sfogo di stadi cangianti, calembour umoristici, e un po’ la facevano sorridere. Buuum, l’ultima sua cannonata aveva fatto vibrare i vetri del vicinato che avevano temuto un sisma. Dovevo dedicarmi alla percussione, pensava ridacchiando.
leggera leggera, piccola piccola, pesava neppure quaranta chili, 40 per un metro e quaranta di sfera di imperizia, ripeteva seriosa, scontrosa allo specchio. Ossuta, faccia puntuta, spallucce tremanti, scoliosi convessa, occhi scavati. La più bella chi è? gli chiedeva. Risposta scontata.
meglio è dimenticare oppure essere dimenticati? Questionare con un capello più leggero di me ossia fare cose broccole, è muovere nobili motivi?
tutto va a rotoli. Quale rovina se non la propria brutta immagine? Un gentiluomo inglese una volta mi chiese qualche scatto. All’improvviso mi sentii pesante. Mi ero messa a pensare diventando tutto naso. Di carino ho la coda di Nilsson, il topo di campagna che mi tiene compagnia. Beata Pippi! Fotografo la coda e gliela mando. Fatto. Ora sono a posto, per il momento. Però... il mio naso si allunga.
il corpo rinsecchito è appropriato a taluni quanto l’intelletto rattrappito a talaltri.
ci rifletto su.