Terminata la mattina alla scuola media, percorrevamo la strada verso la stazione, che nel tratto finale più elevato costeggiava a destra graziose villette. La piacevole e curata vegetazione dei loro giardini appagava il passeggio; si poteva abbandonare la mente sfiorando a mo' di passamaneria le fronde sporgenti, quasi fossero musi protesi di mansueti animali incuriositi dal passaggio di umani e desiderosi di riceverne carezze. A sinistra, oltre la scarpata prospiciente, si apriva tutta l'area dei binari della stazione. Si stagliava in primo piano il vecchio e capiente serbatoio bruno ruggine, che credo caricasse acqua nelle locomotive a vapore d'una volta. In alto, il suo tubo prominente in orizzontale, con l'appendice finale rivolta all'ingiù, lo trasfigurava ai miei occhi in una caffettiera big, pronta a ristorare gli esausti "gambadilegno"; questo il nomignolo che mia madre mi diceva venisse affibbiato ai vecchi treni dal caratteristico ciuf ciuf.
Arrivammo intorno al bar della stazione. Sì, proprio intorno, perché questo bar aveva una facciata che pareva presa in prestito dalle tipiche rotonde sul mare della Riviera Romagnola. In pratica un'ampia vetrata a semicerchio. All'esterno v'era un distributore automatico di bevande calde. Pensai a una cioccolata. E dopo aver infilato una moneta, con sorpresa venni anticipato nella scelta dal dito del perfidello Jambon (così lo soprannominavamo), che premette sul pulsante brodo. Sì, proprio brodo! Sembra incredibile, ma a quel tempo esisteva una macchinetta, forse unica al mondo, che mesceva brodo; infatti io, in tutti i decenni a seguire, non ho mai e poi mai ritrovato un distributore con la scelta "brodo". Ma intanto ero rimasto senza parole e data la mia indole un po' mite e timida, reagii pressoché insignificantemente, sicché mi rimase del risentimento compresso dentro. Credo che buttai il brodo, perché era ben diverso dall'aspettativa della cioccolata che avevo pregustato. Ma lo spiacevole episodio si ripeté in un giorno a seguire. Perché lo Jambon era fastidiosamente dispettoso; aveva i caratteristici tratti somatici e stereotipati di certi personaggi cattivelli dei cartoni animati, tipo Willy il Coyote. E anche questa seconda volta non reagii adeguatamente allo scherzo ormai solo idiota. Ma la pressione interna della mia stizza saliva e s'aggiungeva alla precedente. Gettai ancora il brodino. Dopo queste prime due volte seguì poi immancabilmente la terza. Ma a quest'ultima reagii, eccome se reagii. Fu quasi un duello all'O.K. Corral. Lui, e sapete di chi parlo, mi fissava ancora con sguardo beffardo e derisorio. Ma in breve si rese conto che io ero armato mentre lui no; avevo il bicchiere di brodo caldo in mano, sebbene, incongruentemente, già fumante... E lui, virando neanche tanto lentamente d'espressione dal faceto divertito al serio inquieto, ponderò che la situazione aveva preso una piega inaspettata e forse non proprio a suo favore. Lo fissai negli occhi e per un lungo attimo feci rivivere in me i due sgarbi precedenti. Stranamente rimase immobile, forse sorpreso dal mio inizio di reazione. E anche questa volta gettai il brodo...ma addosso ai suoi pantaloni, altezza cerniera!
Gli lanciai un'ultima occhiataccia di benservito e me ne andai con un'aria tra il manifesto disprezzo e il superiore distacco. Lui salì sul treno per ultimo, tenendo ben pigiata la cartella sul suo triangolo delle bermuda. Fu una gran soddisfazione vederlo finalmente con le orecchie basse come un cane bastonato. Ricordo di non averlo più visto ronzarmi intorno.
Finalmente potei ritornare composto e bere il mio brodo di giuggiole.