Mi sono seduto sulla panchina come una volta nei luoghi dove sono nato
non c’è nulla di più dolce e triste dei ricordi lontani.
tutto è cambiato nel tempo,
ho rivisto la fontana, il vecchio forno,
l’asilo materno, il mio bar preferito,
quante partite a bigliardo, una visita al cimitero,
i miei cari nonni, come dimenticarli.
osservo i bimbi che corrono dietro un pallone
con una porta improvvisata, rivedo me in quella partitella.
il passato mi cammina davanti,
e tu vieni verso me, niente fa più male di te,
quel primo amore mai dimenticato
e sei ancora bella, passano gli anni nemici.
bella eri davvero, quando ero un ragazzo,
il tuo corpo adolescente m’appariva come quello di una Dea
odoravi di frutta acerba.
a quel tempo eravamo giovani e innocenti
ricordo lo stupore quando per la prima volta
mi sono chinato su di te
e io m’accorsi che sussultavi come chi singhiozza,
giocammo a fare l’amore senza saperci giocare.
ci siamo guardati a lungo, non è vero che siamo felici
se potessi ti stringerei ancora, la tua voce di donna è bella
solo poche parole, ma quello che mi dici
mi penetra e mi fa tremare come una foglia.
un ragazzo s’avvicina, tuo figlio,
trent’anni come gli anni che lasciai il paese,
un sogno perso su un autobus
che mi portò lontano con la mente
e non seppi mai che il tuo grembo iniziò a crescere.
figlio mio, vittima innocente di un giorno
che sciupammo via, ancora conservo il diario dove scrissi t’amo.