impotenti a arruolarci
nella spedizione persiana di Giuliano LaProstata,
abbiamo fatto nido sulle ossute sedie
dei bar del circondario, smangiando
con arroganti grappe e alcohols fantaisistes
le guaine dei nostri fegati
e inviluppando i nervi in nodi strani.
mentre il resto del mondo si laureava,
si infittivano i solchi ulcerosi
nei nostri stomaci martiri,
canonizzati dalla Chiesa Copta.
quanto vorrei oggi che il mio cranio
- malchiuso portagioie - fosse infranto
su un muro di mattoni a nudo,
la mia spina dorsale ridotta a strumento
su cui improvvisare il samba,
ad esempio una xilomarimba.