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Pubblicata il 24/02/2007
Una seicento bianca, mi ricordo,
un viaggio in direzione di Grosseto
una piazzola sotto un cipresseto,
laddove sorge oggi un gran raccordo,
e un fumo bianco, fitto un poco lordo
e un gran cartello rosso di divieto.

La seicento sbuffante parea un treno
già semimorta sulla via del mare
parea chiedesse delle dulcamare
l’infuso depurante quantomeno
per quel suo sporco ferroso duodeno
che avea certo un intoppo valvolare.

Tappa fu quella d’innumera serie
già tante volte ormai sperimentata
per quell’acqua che mai era raffreddata
di quel carretto simile all’esperie
e dunque un padre nelle sue miserie
un poco d’acqua chiara e rinfrescata

mai rifiutava a quella bricconcella
che colta dagli spasmi del calore
volea fermarsi a bere a tutte l’ore.
Sfacciata lei beveva a garganella
e al par d’una fanciulla viziatella
non si smuoveva se non avea amore.

E ripartiva lenta e pensierosa
col suo carico di fitte persone,
quel bianco e fumigante lumacone,
e con quell’aria tutta da sciantosa
su quella strada lunga e polverosa
da tutti un po’ tirava compassione.

Ma che lentezza avea quel vecchio coccio:
ci avrebbe sorpassati anche un baroccio!
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ricordo la seicento
i suoi fanali e gli sportelli
aperti contro vento
nel cofano c'entravano due ombrelli
e per miracolo arrivava a cento
pero' fu macchina che motorizzo'
l'Italia con quel suo stile tozzo
e di piccola taglia
con il tettuccio di tela impermeabile
quand'era aperto Dio quanto rumore
ma era e' restera' inimitabile
ne passa tempo ma e' un mito che non muore.

molto bella Marco,bravo

il 24/02/2007 alle 21:23