Un giorno venne in classe una bambina
parlava in un modo tanto strano;
col circo era venuta nel paese
era scura e piuttosto magrolina;
la presentò il maestro Vitaliano
dicendoci che era genovese.
Ci regalò ad ognuno un tagliandino
con scritto sopra circo non so che
e poi ci raccontò del suo girare
d’una scimmietta e d’un cavallino
che aveva il nome buffo: Ventitré.
Ci volle un giorno intero a raccontare.
La tenda piccolina a strisce scure
piantata nel campetto della Tina
a noi pareva cosa tanto strana.
Aveva d’oro solo le bordure
e sulla vetta azzurra una gallina
girata sempre verso tramontana.
Ci venne incontro lesta la scimmietta
saltando come un grillo sul viale
e sulla porta della tenda stessa
un uomo che suonava un’organetta
ci disse con un’aria assai gioviale
d’andar dentro a veder la pitonessa.
Quel rettile già lungo e aggrovigliato
più che curiosità ci fe’ paura
e quella lingua doppia e quel rigore
e quel viscido manto maculato
che a noi pareva un mostro oltremisura
ci tinse inver le facce di pallore.
La sera a casa fu un grande pregare
per ottener quelle seicento lire
che unite al tagliandin della mattina
ci avrebbero permesso di guardare
il circo il giorno dopo all’imbrunire.
Fu la mia prima guerra vespertina.
Fu dunque la gran sera e l’emozione
bussava nella pancia e dentro al cuore
e in testa avevo chissà quali attese.
Fu bello quel rondò d’equitazione
e l’uomo che del foco è mangiatore
ma altre eran già le mie pretese.
Fu lì che schiusi gli occhi all’esistenza
che più s’avanza e più al circo somiglia
che gira sempre e non s’arresta mai
invano rincorrendo una scadenza
sul dorso d’un cavallo senza briglia
e che per la gran parte trova guai.