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Pubblicata il 13/02/2007
Ricordo una carrozza, forse nera,
un uomo bianco muto su in cassetta
una cavezza lenta e una borsetta
una signora bionda un po’ severa
e d’un cavallo il grosso deretano
e mille lire poste su una mano

un cenno serio e fiero del cocchiere
e la promessa che sarebbe giunto
in quello stesso luogo per l’appunto
quando avremmo finito le preghiere
e le gran ruote ad una brusca voce
lente rotonno e noi sotto la croce

del cimitero comunale muti
a confortar l’estinto parentado.
Ancora spesso a quella sera vado
e nella mente come un suon di liuti
ritorna dolce la memoria antica
come foss’ieri senza la fatica.

Lento moveva per la strada il fiacchere,
quella lentezza d’un tempo perduto,
e l’uomo bianco a cassetta seduto
oscillando al ritmo del destriere
posta la mano all’enorme cappello
solo impegnava col sole un duello.

Potevo io recitar qualche preghiera
o confortar chi fosse inconfortabile?
In quei momenti dall’umore instabile
pensavo solo alla vettura nera
a quel cocchiere con i baffi bianchi
a quel cavallo con i passi stanchi.

All’ora convenuta ritornò
annunziato da un lento scalpiccio
e delle briglie il fiero acciottolio,
il sol rossastro intanto tramontò,
in quella sera a lume di carburo
che tinteggiò la via di chiaroscuro.
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sei in gamba con le rime ,bravo marco.ciao

il 13/02/2007 alle 09:01