PoeticHouse - Il Portale dei Poeti e della Poesia
Pubblicata il 27/07/2005
Quando uscisti dalla conca di ovatta grigia
dallo spirito, con la sua ferocia
che brucia la memoria, fosti rapito.
Dallo squasso dell’animo prendesti
l’empatia esplosa nel cervello e il ricordo
forte del giallo ferente addosso gli occhi.
Cercavi la tua essenza,
e ti alzasti
dal nostro sciocco pianeta.
Là credesti di comprimere l’assoluto,
in una polla
dura da scorgere, e oltre.
Solo una forma ti appartiene,
la coda che non si stacca dai piedi
in un totale rimpiattino, è la carota e tu il bastone.
La tua ombra adagiata sul muro
è nera, è lunga, a seconda,
e non pensi mai di perderla.
Senza sapere che, in meno d’un minuto,
se il passo non avanza, in lei
si genera una potenza materna.
Nelle cavità oscure del suolo,
nello sterco di erbe tumefatte,
sbocciano fiori a guisa di ferite, di cancri grigiobruni.
Sgusciano assiepandosi
nell’informità di cavilli
per lacerarsi con un grido
che nessuno ha mai udito;
la sosta è scaduta,
la luce li distrugge.
Adesso che è notte
ti è assente
pure la parvenza.
Solo un ruggito al neon
d’artificio ridona
la speranza di vederti.
Su un baratro sei
pestato a terra
in limiti secchi ed incompresi.
Avvolto nell’ala buia, la stella
solitaria che gocciola
raccoglie la tua ombra.
Stavolta la guardi,
ma è tardi:
t’inghiotte.
  • Attualmente 5/5 meriti.
5,0/5 meriti (1 voti)