Mi domando a volte
in quale inverno distratto
ci siamo passati accanto.
forse eri dietro un vetro appannato,
in una stazione senza treni,
o seduta dentro una domenica lenta
con il cuore pieno di rondini stanche.
io avevo già addosso
tasche cucite male,
notti con i gomiti consumati,
e una faccia sdrucita
dal vento delle cose perdute.
sarebbe stato bello crescere insieme.
consumare ginocchia sull’asfalto,
dividere paure piccole
quando i mostri avevano ancora
dimensioni umane.
vederti diventare donna piano,
come fanno certe lune:
senza rumore,
senza avvertire nessuno.
e io imparare te
prima delle ferite,
prima che il mondo ci insegnasse
a chiudere le porte con due mandate.
invece vita, hai mani sporche di fuliggine.
sposti nomi,
mischi destini,
trucchi orologi.
e adesso che sei qui
ho questa strana malinconia:
quella di chi trova una casa
dopo avere imparato a dormire
sotto la pioggia.
e fa quasi male pensarti.
non per quello che sei.
per tutti gli anni
che non sei stata. ?