Una matassa di bambini
ubriachi, spugne
del mai prima osservato,
si spolmonano in canti
privi d’età o di parole.
mi sento in mezzo
ad un circo ottocentesco.
s’avvicinano a passetti
ed il tempo approda
nell’immensa distesa
dell’inesistente.
ma i lamenti abbagliano
ed è arduo disinteressarsi
d’un dolente dubbio:
perché, piccole anime,
ebbri siete di tormento?
e perché i vostri gridi
risuonano dentro questo
cuore scarno che torto
non riesce a conferirvi?
voi, piccoli frantumi
d’un desiderio inutile.
vi saturo di questioni, e
vi mostro un fiore,
una palla, ed uno scettro;
vi dono un cuore, un
letto, e poi uno specchio.
poi, però, vi chiedo scusa.
la vostra vita è lunga
qualche minuto, o poco più
i vostri occhi, candidi,
ma il tossico sorriso contorto
emana follia genuina.
ahimè, quanto triste sei
monastero degli alberi,
pulsazione dell’essere, o
natura, solo lame si procreano
dal tuo terriccio, e l’acqua
è morte, e la clorofilla, tuo
sangue, è sangue. Coagulato.
cosa mi resta adesso?
fanciulli senza viso e pure
senza espressione, tirerò
la corda che i folletti
m’hanno costruito, laboriosi.
sento una lastra di ferro,
o forse è solo vetro cenerino,
impigliarsi fra i sogni
d’una gamba ormai inutilizzabile.
destabilizzata, non ho
bisogno di alcuna cura;
sono stata io a mutilare
i miei stessi sogni.
ma il gallo intona il suo primo canto.
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