Pubblicata il 02/02/2008
Come luogo di passaggio, dove persone in stanca attesa si alternano sbuffando, ecco uno dei luoghi dove l’umanità passa qualche parte della sua vita.
E li vedi assorti in miriadi di pensieri, con una mano in tasca o impegnata a reggere una borsa e l’altra chiusa tra il pollice e l’indice, intenta a stringere il tagliando del loro turno.
Ed il tempo scorre tra un beep e l’altro; qualche bambino scorazza tra gli astanti, ed un cane, fuori, tenuto al guinzaglio abbaia alle nuvole.
Sul pavimento, di un marmo scuro come la fronte di chi attende da tempo il suo turno, svolazzano tagliandi usati, maneggiati forse da un operaio che ha pagato l’ennesima rata della sua auto o da una donna in finta pelliccia che s’atteggia impettita, quasi fosse lì per sbaglio, al posto della sua domestica influenzata.
Di la dal vetro, gli impiegati maneggiano soldi con fare meccanico, quasi mai sorridenti, poi spiegazzano bene l’ennesimo conto corrente che li affligge e lo inseriscono nella bocca famelica di una stampante inversa che assorbe il foglietto dal basso e lo risputa tagliato e timbrato dall’altro. E questa operazione dura tutto il giorno, di tutta una settimana, di tutto un mese, di tutto un anno e probabilmente di tutta una vita.
Una donna (l’ennesima della giornata), si alza dal suo posto d’attesa con fare belligerante, si reca nei pressi di uno sportello disabitato e grida come altre tre milioni prima di lei la solita frase “ VOGLIO PARLARE COL DIRETTORE !!! ”. Ci parla …… due grida ……. un imprecazione tanto per farsi sentire da tutta la sala, poi borbottando soddisfatta, torna a sedersi al suo posto, fiera di aver smaltito la sua rabbia e tronfia del suo compito di breve sindacalista del popolo silente che affianca.
Attenderà in seguito il suo turno, forse anche più lentamente di prima.
Osservo tutta questa civiltà ogni volta che mi reco all’ufficio postale, e cerco di memorizzare piccoli particolari, in cerca forse di un’alterazione anche breve di questo mondo di uomini in attesa, sempre di corsa, sempre rabbiosi con l’avversario di la dal vetro, sempre perennemente incapaci di gestire le proprie rabbie quotidiane.
Il beep suona il mio turno, qualcuno osserva a chi tocca, il cane è andato via portato dal suo padrone ed un operaio in tuta da meccanico si gratta i calli duri di una mano.
Do il buongiorno all’impiegato (che non risponde e non alza la testa), e gli passo sotto il vetro i miei pagamenti; ennesimo iter, soldi da contare, stampante famelica ed ecco che mi restituisce i fogli (senza mai guardarmi negli occhi).
Spero che il paradiso non sia così mi dico, ovvero in attesa del nostro turno con un tagliando in mano, magari con al posto delle bollette il curriculum di tutta la nostra vita da far vagliare ad angeli di la dal vetro che senza nemmeno rispondere al nostro saluto, tagliano della nostra storia il superfluo e ce lo restituiscono senza dirci neanche dove andare.
Si fanno degli strani pensieri in un ufficio postale.
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Fai una sosta di particolare attenzione in un luogo dove le relazioni umane sembrano robotizzate, prese soltanto da una frenetica ansia di fare qualcosa, senza avvertire alcuna emozione.
Da lì il pensiero va oltre, in una nuova dimensione, dove si spera che tante cose siano davvero diverse.
Un caro pensiero, mati.

il 02/02/2008 alle 16:31