Pubblicata il 14/01/2002
La mia parola
Impronunciata ancora
esigeva il silenzio
dei pini,
del fogliame ceduo
dei vitigni estivi;
e il rorido mugghiare
del vento volitava
dalla soglia del campo aperta
in silenzio.
Altra forma eri tu
argine diruto
d'un fiume tracimoso,
tintinnare garrulo della larenzia
moto diurno nella quiete
del bosco muto.
Le tue conterie sono ancora lì
segnali intatti d'un passaggio antico,
traccia dilavata del mondo,
ardesia
perle d'occhi nell'ombra
perenne del bosco
che Levante non intacca;
non intacca Levante
i tuoi occhi ma il Sistro
strinato dei miei pensieri.

Cecità, parole
d'ombra e di riflessi
arcani, gemino crinale
parola o tempo
stasi, moto
silenzio.

Nell'ombra perenne dei pini
si dirada un varco portentoso
e lo strale di luce
palesa l'erba tepidante
come fuoco.
Cerco la traccia delle perle,
vita unica al mondo,
nell'umettato sottobosco
e sono cieco;
ma il suono rivive
desto ancora tra i vepri
brulli dei pini,
mappa sonora nel torpore del bosco.

Ma sono sordo nel sopore
del bosco.
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flo

Poesia veramente corposa.
Hai usato termini poetici e non comuni.
E' veramente una bella opera, complimenti
Floriano

il 14/01/2002 alle 22:43

Forse è vera la lentezza cui tu accenni, ma fa parte del gioco di richiami verbali e richiami interni intrenseco alla poesia. Per quanto riguarda sopore è utilzzato per richiamare l'appena precedente torpore. Entrambi dovrebbero rendere l'idea della situazione esistenziale di chi scrive-scriveva.
Ciao e grazie

il 14/01/2002 alle 23:11

Grazie. Ma molti, e probabilmente non a torto, non vedono bene questo utilizzo eccessivo di termini aulici o comunque come tu dici non comuni. Adesso mi sono dato una regolata
Ciao e a presto.

il 14/01/2002 alle 23:15