Pubblicata il 14/01/2002
Sono in viaggio
verso lontana proda,
altri liti
da spuma bagnati,
eburnee
altre rocce
contro marosi
increspati.
Tempeste strepitose
dominerò
- la maga Circe
non m'ammalierà,
il soave canto
delle sirene non avrà di me
giogo -
e di fortissimi venti,
quando le alberature cedono
e impazzano le vele,
piegherò la forza
al mio volere.
Condurrò
questa nave che corpi
motulesi e straziati
di cento, mille compagni
han forgiata
oltre le colonne d'Ercole
laddove non il mondo
finisce ma la conoscenza
di coloro
che si dicono saggi.

Le mie vesti cenciose
sono fradice,
la ruvida pelle
è salmastra e la fornte
è imperlata;
sto divenendo canuto
le tempie si candiscono
e lo sguardo infossato
sè fatto più cupo
- il mio volto lo vedo ogni volta
che le acque si placano
stagnanti,
di gesso -
e la barba ormai
rada s'è fatta
d'argento.
Vecchiaia, stanchezza,
stupore.

Continuo a veleggiare
ma la terra
è lontana.
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