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Pubblicata il 05/05/2022
La voce risuonava nella strada assolata, era quella di Fabio che chiamava l’amico di sempre. Una mattina di luce intensa, che solo Roma può dare a dicembre. “Dai andiamo a giocare, ho una ruota vecchia di carro” disse Fabio; allora giù all’impazzata nella discesa del teatro vecchio fino alla riva del maestoso Tevere ingrossato, ma placido nel suo scendere al mare. C’era un’ansa di sabbia, fatta apposta per fare le mura, le pietre, i cavalli e i fuscelli d’ulivo; centurioni ed epiche battaglie contro i Sabini che finivano sempre con la vittoria dei centurioni. Era un periodo relativamente calmo per Roma, il Triumvirato garantiva libertà e giustizia. Figlio di Giulio, ricco mercante che faceva affari nei possedimenti d’Africa, Fabio l’unico figlio di Tullio maniscalco dell’esercito. Quando era possibile Fabio invitava il caro amico nella fucina del padre dove passavano ore e ore a parlare guardando i cavalli, splendidi arabi maestosi e vanitosi quasi più dei cavalieri. I ragazzi non si perdevano un passaggio nei pochi momenti di pausa, Fabio che tra i due era il più chiacchierone chiese a Valerio:
-Ma tu da grande cosa farai?
preso di sorpresa ci pensò un attimo, e rispose
-Vorrei viaggiare con mio padre nelle province romane, conoscere e vedere il mondo oltre Roma, dicono che ci siano deserti e fiumi immensi, uomini blu e favolosi animali.
l’amico rispose e disse la sua:
-Io da grande vorrei diventare un centurione e conquistare ancora per la Roma Imperiale.
i due amici affrontavano la vita con spensieratezza con l’incoscienza giusta dell’età, ma si sa il tempo passa inesorabile. Una mattina di marzo sì ritrovarono nel porto di Anzio, Valerio con una tunica bianca era nervoso, guardava la panciuta nave da carico che ingoiava le casse. Era arrivato il giorno della partenza, ma non sembrava così bello come l’aveva immaginato; Fabio muto ad un passo che ne conteneva mille con lo sguardo fisso a guardare il freddo che prendeva le forme più strane, la forma dell’addio. La loro amicizia profonda finiva lì. La loro amicizia senza scopi, senza avere nulla in cambio, ma solo il gusto di giocare e ridere insieme. Valerio prima della partenza salutò l’amico:
-Arrivederci, ti scriverò.
entrambi sapevano che quando si sarebbero rivisti il tempo gli avrebbe cambiati e non sarebbero più stati loro, sebbene fossero sempre Fabio e Valerio; la vita ci cambia, il tempo ci cambia anche se lo neghiamo con forza, consumandosi in noi e noi nel tempo. Valerio, impacciato, abbracciò Fabio e salì, la passerella della nave lo inghiottì e lui non ebbe la forza di voltarsi. Dal molo si sentì il capovoga che iniziava la manovra con i battiti regolari di tamburo, i remi sbattevano penetrando nell’acqua gelida, sempre più forte, sempre più in fretta. Fuori dal porto, la vela rossa porpora si spiegò contrastando l’orizzonte. Era veramente successo, era tutto vero, la fine di una vita e l’inizio di un’altra. Quante vite viviamo, quante volte si muore. Ormai la nave si era persa all’orizzonte. Fabio decise di tornare a Roma; passarono tanti anni, io pure che narro ho perso il conto. Tanti inverni si susseguirono, tanti fiori sono sbocciati, tanti frutti sono diventati maturi. Il successo militare, il successo dei soldi, tante medaglie, tanti schiavi, tanti assi nelle casseforti. Il tarlo del ricordo sfiorò Fabio, ormai uomo di successo, tutto preso dagli onori e dalle ovazioni che Roma tributava ai conquistatori, nebbia che ubriacava il passato; Valerio, anche lui sballottato dalla ricerca ossessiva del giusto affare, dalla rispettabilità data dei soldi, così tanti dove si può anche annegare. La luna è sempre la stessa, sia che guardi da oriente o da occidente, sì fa beffe del tempo. Valerio, ormai anziano, decise di tornare a Roma con le sue navi da carico piene di oro, schiavi e schiave, ma anche di un vuoto che non si può colmare. Roma sempre indaffarata e carica di gente, mendicanti, venditori di qualsiasi cosa; insomma, più o meno come ci aveva lasciato tempo fa. Arrivato nella sua lussuosa casa, Valerio si lasciò cadere nel suo sfarzoso divano morbido con diverse stoffe colorate. La finestra dava proprio sul Tevere biondo che passava placido sotto i ponti di legno, Valerio congedò i servi, chiuse le tende e riempì la coppa di vino e miele. Non sapeva cosa stesse facendo esattamente, cosa stava cercando. Era dicembre, una mattina fredda ma luminosa, attraverso la finestra un raggio di sole disegnava sul pavimento una figura, prima sfuocata e poi sempre più chiara; era una clessidra. Valerio guardò attentamente la clessidra, incuriosito dagli strani giochi di luce e iniziò a pensare, ma la clessidra iniziò a girare su stessa formando un turbine di vento e luce rossa e gialla, e nuovamente rossa. L’anziano Valerio fu colto di sorpresa dallo strano fenomeno innaturale, si alzò e chiamò i suoi servi, ma nessuno seppe dare una risposta, era una faccenda tra lui e la strana luce. Passata la paura iniziale, raccogliendo i pensieri, si ricordò di un saggio beduino che conobbe nella grande Oasi di Baah che gli disse: “Il tempo è come un fuscello di canna, lo si può piegare a nostro piacimento, basta volerlo”. Erano passati anni e anni, ma quella frase era nitida, scolpita nella memoria che riaffiorava lì in quell’istante. Sembrava così assurdo, lui uomo d’affari e di logica, spietato ragioniere, trascinato in questa situazione. Valerio prese coraggio e si avvicinò al turbine mise le mani sulla luce e iniziò a vedere dentro immagini che si formano, suoni e parole. Il fenomeno, così come era iniziato, sparì improvvisamente; attraverso la finestra solo la luce nitida di dicembre su Roma. Improvvisamente sentì una voce:
-Valerio Valerio! Vieni giù, ho una ruota vecchia di carro, dai cosa stai aspettando, giochiamo.
era la voce di Fabio, l’amico di sempre.
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Una storia che regala tanto nella sua semplicita' ma che pochi riescono ad assorbire.Piaciuta

il 06/05/2022 alle 12:25

Grazie mille ciao

il 06/05/2022 alle 14:09