Pubblicata il 12/01/2021
Le nerborute ossature d'una mano
somigliavano ad una statua greca,
inalterata dal tempo, e dai mari
che la scremarono, addolcendola.

- Quella era la mia mano. - Levigata
dai soppiatti degli Inferi da lei
proclamati virtù; corde d'una vita
spoglia, incredibilmente lungi.

labbra corvine, un rosso coagulato
(che ricordava gli stessi Inferi)
ch'attira e manipola, demoniaco;
poi i taciti sospiri, ancora timidi.

il sangue entro la bocca, che
al guardo non spaurava nemmeno.
il mio meraviglioso museo! Membra
su cui mi spargerei in eterno.

l'incredibile consapevolezza
d'uno sguardo ormai edotto, solo.
ed il riflesso in cui il mio cuore
non potrà mai abbandonarsi.

il riflesso in cui morirà, - Anzi, ove
si struggerà in eterno. - Narciso.
e non v'è un attimo d'amarezza che
può squagliare un animo poeta.

solo occhi spenti, dall'immonda
avarizia che un cuore, così dolce,
riesce a generare. Io l'amo.
ma come si possono illudere già

due corpi e due anime, complici
dell'amore che un solo riflesso
giunge a portarmi? È come
ammirare una statua sterile.

o statua greca! Occhi a mandorla
dagli odori di primavera, labbra
sporche e fiato corto! O nerborute
ossature d'una mano! Quanto a voi

vorrei toccarvi, senza sentirvi poi
in mano, in mente, e nei corpi
che desidero accarezzare; son io.
narciso coi lamenti delle ninfe.

dalle fessure squarciate nell'intera
notte d'amor, s'ascolta il rumore
delle ghiande maledette dal Dio,
e il mio corpo ritorna a riscaldare

il letto in cui sogna di martoriarsi,
- Di districarsi con l'adorabile
tumulto d'un amore solipsistico. -
poi solo il lamento dei suoi discepoli.
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