Pubblicata il 16/04/2019
Il mio nome è Antonio, sono un triste migrante,
fuggo dal mio paese, quasi da mendicante
lascio pure i ricordi di tutta la mia vita
certo vorrei restare, trovatemi un lavoro
che mi faccia mangiare, mica pretendo oro,
ma il nulla che mi tedia spinge alla dipartita.

l’aridità nel cuore in me baldo italiano
più non riscalda il sole, con la valigia in mano
riempita di tristezza, piange la figlioletta,
travolta dagli eventi, certo che non capisce
ode nuovi paesaggi dipinti a stelle e strisce
dove ci ospiteranno senza nessuna fretta.

diretti alla banchina, quella della speranza,
una folla di gente, in fila lenta avanza,
mostro il verde biglietto a un truce capitano
[i]“andate in quella stiva, dove trovate posto,
il viaggio sarà lungo e certamente tosto”[/i]
spauriti e spaventati dal suolo americano.

subito poi mi adatto, sono un lavoratore,
assunto in una ditta, sfruttato a tutte l’ore,
ma quanta diffidenza e discriminazione,
son solo un espatriato, cerco nuove radici
tutti mi guardan torvo, rimpiango i cari amici,
a messa il dì di festa prendo la comunione.

ora da vecchio uomo, sono qui ritornato
dov’era la mia strada, tutto pare cambiato,
un nero a capo chino, solo nei suoi pensieri,
l’anima sconsolata, ha perso il suo paese,
cerca un tenue salario, senza molte pretese
come tutti i migranti, che viaggiano leggeri.
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una poesia "sociale" di notevole livello. congratulazioni...

il 16/04/2019 alle 12:22

Sono d'accordo con Ravachol. La poesia è importante anche come mezzo per promuovere una cultura di solidarietà.

il 26/04/2019 alle 10:01