Pubblicata il 09/01/2019
*Sbarcò dall'Isla Grande stupenda
*Hernan Cortès,
gelido condottiero,
cieco e sordo davanti a tanta bellezza,
sulle coste misteriose dello Yucatan,
dove principiò a tessere la trama
della sua leggenda nera,
gli occhi velati dalla cupidigia,
voglia di avventura
nel cuore inaccessibile alla pietà
e incline al tradimento,
ambizione sfrenata,
preclusagli nella madre patria Spagna.

*Sconfessato dal proprio stesso mandante
perseverò nell'impresa
a lungo accarezzata
con implacabile determinazione,
mai esitando davanti a pericoli o crudeltà,
confidando ciecamente
nella propria buona stella,
e soprattutto nella spaventosa forza d'urto
della moderna macchina bellica
resa letale dallo stupefacente valore spagnolo
in campo,
mille volte temprato
nell'asprezza della guerra
nella lontana Europa.

*Perfidamente sempre spiegò
le proprie subdole arti,
insinuandosi da rettile
nei conflitti fra le diverse etnie
del Nuovo Mondo
che si apriva al suo sguardo
acuto e malefico.

*Alla testa di una masnada
di avventurieri e razziatori senza onore,
avidi di oro e morte,
temerario sin quasi alla follia,
come sempre il combattente spagnolo,
mosse in terra atzeca,
sprezzante
dell'impressionante superiorità numerica
dei nativi americani,
al vento garrire di bandiere di Spagna,
e il vessillo personale di Cortès,
specchio dell'orgoglio smisurato.

*Sotto l'esile velo
della Conquista in favore della Corona
e dell'imposizione della Vera Fede,
di ogni tesoro
spogliò il ricco territorio,
occultando
saccheggio, assassinio, stupro,
fino a quando
il Luogotenente Pedro de Alvarado,
feroce macellaio d'Estremadura,
dai rossi capelli,
destinato un giorno
a cadere con le armi in pugno,
figlio del Sole per gli ingenui nemici,
ammirati e atterriti
dalla straordinaria capacità di combattimento
e dal freddo cuore,
ignaro di ogni debolezza,
ma dall'animo rozzo e brutale
e la mente ottusa,
in assenza del Comandante,
dalla raffinata e venefica astuzia,
divorato dal Demone dell'avidità
sospinse oltre ogni umana esasperazione
la popolazione senza tregua vessata,
scatenando incontenibile sollevazione
contro i turpi invasori.

*E' per gli infelici e valorosi Atzechi
la breve illusione
del riscatto dalla propria ecatombe,
la Noche Triste,
in cui Cortès,
fuggiasco,
sciolse in lacrime la propria disperazione
sotto le chiome dell'Albero del Pianto,
appena prima che si abbattesse
sulla civiltà agonizzante
l'uragano dell'inesorabile brutalità,
il supplizio delle artiglierie
battenti senza sosta,
la devastazione degli squadroni di cavalleria
che mietono la messe del Rosso Grano
di inermi moltitudini,
tagliate a pezzi dall'acciaio di Toledo
che frantuma le leghe più vili,
doloranti le mani
che brandiscono le micidiali spade,
pesanti le braccia degli invasori
dal colpire ossessivo,
eppure mai sazie di sangue.
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