Pubblicata il 15/04/2018
La convinzione d’essere l’unico abitante del suo dolore era divenuto col tempo un amato rifugio; questo pensiero lo calmava, lo redimeva dalla necessità d’aprirsi al cambiamento, la voluttuosa permanenza nella tristezza resasi così familiare era divenuta col tempo la sua casa dove ospitare all’occasione le parole degli altri per farsi cullare e illudersi di non essere solo ed incompreso.
ma il piacere masochistico di annullarsi e sparire nelle camere del suo mondo arredato di solitudine e dolore restava per lui un richiamo al quale non riusciva ad opporsi, la voluttuosa malinconia dove andare a coricarsi per sentirsi di nuovo un bambino amato, nelle braccia della malinconia.
chi gli dirà ora che quella che lui credeva essere la sua libertà dove vivere il dolore era tutta una messinscena architettata ad hoc dalla fragilità eretta a difesa? Chi gli dirà che si ingannava perché il suo dolore così intenso e al contempo vitale tanto da crederlo inarrivabile all’ altrui comprensione era in realtà la sua cura, l’unica che riusciva a farlo sentire vivo? Quella stessa prigione creata per ospitare la vulnerabilità sopraggiunta dopo la perdita era l’unica cosa che gli rimaneva per credere di poter continuare a vivere e le chiavi per aprire la gabbia dorata che con tanta fede si era costruito erano sepolte nell’intima paura che nulla cambiasse. Il ricordo e il rimpianto erano gli unici figli da riconoscere a difesa della sua eredità emotiva.
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la nostra fragilità .... paura del vivere quotidiano a cui cerchiamo di sfuggire nascondendoci ..... profonda e vera

il 08/07/2018 alle 18:21