Pubblicata il 12/03/2018
Si erge dal giaciglio
dell’erba tronca viva
il sussulto del tempo
avverso, lui a me stesso
ed io stesso al buco nero
di uno spiraglio chiuso

viscere e tenebra
richiamano attente
l'antica tromba fausta
di un sole spento e nero
che a bastonate cedette
orgoglio, pane e il niente

e dal ramo più fragile
di un faggio assente
decade inerme
l'ultima sonata
che dell'amore
ha perso
le chiavi
il pene
il resto

incudine e martello
si confondono arresi
nel sinergico battito
di un torace scarno

la lancia infuocata
ha penetrato gli usci
di un cimitero aperto
e decade ucciso così
anche il piccolo nido
delle rondinelle deste

decade poesia mia
povera all’osso smilzo
di un dizionario spinto
a mano nel giardino magro
tra la miseria di congiuntivi
e del vino scarso da osteria
che arranca se può nella spinta
di un utilitaria senza il grande slancio

luce gravita e in lontananza implode
il richiamo di un falco abbattuto grugna

È il peso enorme
nella stagione dei non ritorno

e indietro non si ritorna.

e il poeta furtivo che abita
nel seminterrato della mia carne
sta bruciando rauco di nottate a letto

notte è giunta.
il resto è fingersi colpevoli.

notte.  È notte.
bastasse poesia
bastasse la vita stessa

ed io che volevo soltanto
felicità senza dazio a inchiostro
come poesia senza macabro concorso

come adesso
come di me stesso
un pettirosso al fosso

il dazio è
al doppio e del concorso

del concorso
è vita mia nell'esilio di un ricorso

dunque si che è

È vita mia

che brucia ardita
senza bugia o inganno

brucia solamente a voce sola
brucia e mi calpesta al sottosuolo
brucia e non rammenta del perdono

e questo..
questo assurdo

e questo è quanto.
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bella ma troppo lunga

il 13/03/2018 alle 07:34

Bella e impegnativa,bravo

il 13/03/2018 alle 17:09

Ondivaga, incerta nel passo ma comunque un esame di una maniera di fare poetica in modo disagiato e difficile. E' quasi un esame di coscienza preconscio del suo incedere stentato. Dal mio punto di vista vi sono modi più lineari di esporre cose e persone nel proporre poetico. La parola è dono. Poterla usare è dono. Concentrarla fino a cavarne il succo più recondito è dono che si trasforma in poesia.

il 22/03/2018 alle 18:21

Dal mio punto di vista eviterei commenti ondivaganti, auguri!

il 28/03/2018 alle 17:07