Utente eliminato
Pubblicata il 06/11/2017
Edere in letargo
si addensano sui laghi

l’ombra del cratere
avvolge la marea

pozzi a vivaio:
una mentita verità

cercava nei suoi occhi
all’alba di un esilio

urna
reliquia
la tua prima conversione

guardo
una luce che non si vede
un silenzio che non si sente

adesioni?
di te
mi sei simile?
prendili
hai rimedi?
fonti d’Asia
quando tornerai?
dopo aver mangiato

è un’indole contesa
un estro che discrimina
la polvere scolpita
il limite del ramo

arrivare soli e
scegliere il momento
accogliere ogni accenno
di assimilazione

pioggia d’estate:
io ho il responso

la tua umile promessa

la nostra devozione
è una destinazione

ma tu non ricordi
tu senti colpe
tu ti rivedi
alla fine di qualcosa

venti stranieri
la prodiga progenie

ma dimmi
quando toccheremo terra?
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Inesorabilmente il tempo aggredisce le cose che si fermano. Si tratta di cose fisiche, ma anche rassegnazioni, anche pensieri o ricordi. Quale immagine meglio del lago può descrivere la nostra profondità.. toccata appunto dal lento trauma del tempo. Cercare negli occhi.. e si torna all' idea di profondità. È una ricerca costante, un bisogno che attraversa la poesia tutta. L esilio è un rifugio, ma soprattutto la condizione necessaria. Cerchi in questi occhi un segno. Un ricordo, un segnale di passato. Ma non cogli nessuna luce, sei come smarrito. Lo specchio in fondo non dice tutto. C è anche la necessità di ritrovarsi, ma lo stato importante perché questo avvenga è la sazietà. Intesa come raggiungimento, come completamento. È molto faticoso questo 'esserci'. Tutto si altalena tra la necessità e il percorso. Ma la destinazione è tutto sommato soggetta esclusivamente alla volontà. Splendida poesia Fabri, e io onorata di averla letta prima di tutti :)

il 06/11/2017 alle 17:46

Splendida poesia, rileggendola, come spesso capita, mi innamoro della chiusa! Ciao Far!

il 07/11/2017 alle 10:49

...Versi straordinariamente ermetici che inducono in maniera irresistibile ad una prima conversione per poter così guardare una luce che non si vede in un silenzio che non si sente...versi successivi di assillanti domande che scolpiscono la polvere intesa come splendida metafora della confusione della vita fino ad arrivare da soli e finalmente scegliere il momento topico per accogliere il momento presumibilmente migliore degli accenni di assimilazione per poter sostenere un confronto con i comuni mortali...infatti avviene l’ annuncio di un travagliato responso sulla pioggia dell’ estate, altra splendida metafora del continuo lavaggio di insolite devozioni...ma sulla prodiga progenie si abbatteranno venti stranieri certamente dominanti...inevitabile la preoccupata domanda ...quando quando toccheremo finalmente terra ? ...l’ Odissea continua...soprattutto l’ ermeneutica sui primi sensibilissimi ermetici versi…; l’ emozione trasuda incontenibile...sinceramente un plauso al trascinante Poeta...

il 07/11/2017 alle 19:10