Pubblicata il 17/10/2002
"Imparami la strofa" disse il re
"Sai che dico, quella parola che
Usavano ripetere i poeti
E che faceva i venti e i mari quieti
Questa parola ch'è
Di Dei e dei profeti"

Ed il poeta laureato stava
In un cantuccio mentre il re parlava
Bizzarramente seduto, alla guisa
Di chi si sieda su un blocco di ghisa
E poi rimuginava
Questo bel nome... Lisa

Era silenzio mentre che il monarca
Fisso guardava lui silente; carca
L'aria era di lattiginosa angoscia
Il poeta si lisciava una coscia
Come la santa Arca;
E cosa accadde poscia?

L'aria era tersa e nobile nel regno
Quella sera; il monarca, con contegno
"Imparami" chiedeva "tu, quell'arte
Onde l'onde del mare sono sparte"
Ma quegli, con disdegno
Sospirava in disparte

Il poeta tendeva il suo orecchio
Alle campane fuori, sopra il vecchio
Ponte e le case ed il canto sottile
Delle antiche fanciulle nell'Aprile
E sospirar parecchio
Lo vide il re gentile

"Servi, non sprangherete le finestre
"Stasera" così parlò "Che le vostre
Stanze penetri quella luce tanto subdola
Ed anche sia d'avviso a chi ora ciondola"
Fremevan le ginestre
Con olezzo di favola

E già la luce colava sì lenta
Che egli tende l'orecchio, e par che senta
Piangere Lune non ancora sorte.
Alla silente musica di morte
Quegli a pena tenta
Di chiuder le sue porte

"Imparami" diceva quegli ancora
"L'arte tua, che ogni cosa decora
In maniera sì difficile a farsi
E quella cosa che chiami catarsi"
Tanto penava ora
L'altro, da disperarsi

Non cessò, non cessò, sì amara pena
Quando fu giunta l'ora della cena
E i camerieri in livree sì eleganti
Passarono, compunti e con i guanti
Silenti, di gran lena;
E furono altri pianti

Scoccava l'ora di più d'un tramonto
"Musica!" disse il re "Voglio sia pronto
Ciascun suonatore!" Col capo chino
Entrò il contrabbasso ed entrò il violino
"Suonate, e fate conto
Che sia per il Destino!"

Sono belli i giorni di gioventù...
Partì la musica, senza mai più
Fermare quella sua danza virtuosa
Ciascuno sulle sue corde più osa
Musica, musica fu
Lieta e vittoriosa

"Imparami quest'arte" aveva detto
Il re. Più nulla gli parve perfetto
"Volate" gridava "i voli di Pindaro"
Sebbene giammai il suo sguardo fu becero
E tutti in quel quartetto
Ogni prodigio fecero

Non senza scuotersi disse parola
"Manca una cosa, per la qual non vola
Questa pur dolce musica più alta"
Ed il sovrano mormorò "Que falta?"
S'aggiunge piano e viola
E ogni musico salta

Nero stormo, là fuori, va d'uccelli
Dentro stormiscono i campanelli
Mentre alla musica artisticamente
Va dibattendosi nella sua mente
Il re dai bei capelli
Il re pur sì potente

Ora il verseggiator con un sorriso
Si va allietando pur solo nel viso
Ed ancor là in fondo si sdilinquisce
Non nulla lo scuote, né lo stupisce
Solo ripensa, fiso
A quelle carni lisce...

*

Il sovrano nel suo ornato mantello
Al rimirarlo può perder cervello
Tanto è lucente, e sì sapientemente
Ornato da una ben profonda mente
Come chi oltre che bello
Dicon sia intelligente

E così il sovrano, pur ignorando
Chi Stendhal fosse, dove visse e quando
Così pur spesso si perde al mirare
In quadro o dal vero il sì fondo mare
E or questi van suonando
E non sanno che fare

Tant'è, la letteratura fu fatta
Per perderci. Ma là in fondo s'acquatta
Il poeta laureato ed artista
E tenendo quell'aria tanto trista
Da armatura di latta
Di che mai fa la lista

Lui solo ben sapendo di che cosa
L'orchestra avanti va volenterosa
Come soavi e soffici 'sti pifferi...
Chi non li apprezza? Forse certi tangheri
Ma lui pensa a una rosa
Che è morta tra gli spifferi

Un re in fin dei conti non viene eletto.
"Suonate" fa "con timbro dolce e eletto
Suonate, fiati, tamburi ed ottoni
Siate brillanti ed un poco sornioni
Date miele d'Imetto
Datelo a cucchiaioni"

Di nuovo, stranamente eroico, parla
"Se la tua musica bene vuoi farla
Non manca che la vecchia chitarrina
Quella cara voce plebea e divina
Che similmente ciarla
All'azzurra mattina"

E l'orchestra quasi ascoltava.
Ma sopra, sopra, sopra, ancora stava
L'antico prigioniero a scriver storie
Rubate a mille e mille altre memorie
L'inchiostro solo lava
Pecca d'antiche glorie

Così il re con la sua infanzia sì falsa
Accetta e fa: "Suonate in questa salsa"
Così lui si metterebbe a tenere
Il ritmo di queste note leggere
Ma attende la rivalsa
Del cantor menzognere

È fuori una romantica tempesta.
Lui vorrebbe di Damocle la testa
"Allora, poeta, figlio di scrofa
Imparami, ti dico, quella strofa
Che hai, possente e lesta"
Tace il figlio di scrofa

"La scelta" disse "che vuoi fare, falla"
Dalla porta era entrata una farfalla
Sdegnoso niuno volle farle male
Ed eccola, che vola, sbatte l'ale
S'alza, s'innalza, stalla
Cade in tuffo banale

Il re contava le sue rughe in fronte
Il poeta sedentegli di fronte
Va ripassando a mente le sue armi
E l'antica eletta faretra dei carmi
Il tramonto oltre il ponte
Affilava le armi

Di alati verbi fu poi combattuto
L'ultimo walzer, poi che al suo saluto
Verso il re il versificatore stette,
Braccia conserte e le spallucce strette
Come dapprima muto
Sognando le violette

Non sempre è sopra gli occhi sguardo torvo
Al boia, e spesso vi è altrettanto torvo
Lume nell'occhio di chi si delizia
Escogitando qualsiasi nequizia
Lume nero qual corvo
O quale liquirizia

Ed il re reclamò le antiche insegne
Del potere mai voluto e sì insigne.
E chi si lancia in prosodici giochi
Tanti begli accende nell'aria fuochi,
Baglior che poi si spegne
Ai fortunati pochi

Giunge l'ora dell'opéra-comique
"Le nozze alchemiche di Nora e Nick"
In che buffe prodezze non si lancia
Quest'orchestra tuffandosi di pancia
Olezzi d'Arbre Magique
Color che sempre cangia

"O pagano, o infedele alla Corona
Senti la trista campana che suona"
Così maestosamente si pronuncia
"Conosci, già conosci il suono" annuncia
La voce che risuona
Grave e nera denuncia

Come quando volò un corvo sopra
Le oscure carceri laddove l'opra
Si compiva del grande inquisitore
Così silentemente in quelle ore
Lesto e infido s'adopra
Il grande tentatore

Si fa decadentemente più bello
Quello seduto, e si liscia il mantello
Come un fulmine dietro la finestra.
Ora seguitando scaltra, l'orchestra
Trilla qual lieve uccello
Che la temperie sbalestra

"Imparami" ripete "E voi, portate"
Segue parlando con mosse studiate
"Virginia qua, dalle vesti d'oro.
Io ve lo ordino ed io ve lo imploro."
Lungi languiva Estate
Da tale concistoro

*

O pallide fanciulle d'Inghilterra...
Quanto ancora stupreremo la Terra
Ma era in quei giorni tempo in cui lo spirito
Ancor su di noi passava il suo alito
E combatteva guerra
Col suo sì alto anelito

In gioventù, fu giovane anche il Sole
"Imparami" diceva "le tue parole
Fallo, e finirà questo sì insensato
Processo al bianco che ti ho intentato"
Ma già sa cosa vuole
E suda frastornato

Il poeta aveva deciso, un mese
Di giocare con la vita a sue spese
Ora seduto non pensa alla vita
Languentemente, con faccia contrita
Pensa alle vite lese
E ad una, già finita...

Convoca il re il suo dottore di flauto
"Suoni, maestro, qualcosa di lauto!"
E suonò i canti del pastore antico
Le nenie del barbaro e del nemico
Già sconfitto. Ma cauto
Il re lisciava un plico

Fu l'ora dei supplizi e dei sudori
"Entri Virginia, dai cerei pallori
Entri ed allieti questo cielo nero"
Non mai meglio ebbe parlato Omero
In virginal pudori
Virginia entrò davvero

Il giullare là mezzo riattizzò il fuoco.
Entrò, ieratico e fosco, il gran cuoco
Presago già di più squisite salse
Diede l'orchestra l'ultimo bel walzer
Mai musica in quel luogo
Più grandemente valse

Era Virginia dalle bianche braccia
Lì. "Padre, cosa vuoi che per te faccia"
Domandante ancor stava, e vagamente
Trepidando vagava la sua mente
È bello avere in faccia
La bianca Luna aulente

"Tutto" disse dinanzi il re quel senza
Terra e senza amici "con pazienza
Ho indagato, percorso e investigato"
Leggendo il Manual dell'Abigeato
"Posseggo l'ampia scienza
Di Dio e del suo creato"

"Scienza ti dico, o grande re Arturo
Non dà speranza niuna del futuro.
Prendilo, o amico, qual mio consiglio"
E poco in là agganciata a qualche appiglio
Lei stava, come un puro
Dipinto di un giglio

Il re d'orge e conviti troppo aveva
Penato, per chiedere "Deh, ti solleva
Ai cieli, o mio buono cortigiano"
Ma pure meditava un qualche strano
Congegno ed una leva
Nell'animo malsano

Allora ebbe a rider disperazione
Il poeta pur in tanta situazione
E pensò, pensò, che è comico tutto
Ma pure tenendo abito di lutto
Pensava "Salvazione,
Solo ora me ne fotto"

E la più fonda notte nelle vene
Stagnava. Il tintinnio di catene
Ha sì dolce e pur sì argentea nota
Ora il re coglie una dolcezza nota
Quella che fra le pene
Manda gemiti e nuota

"Scienza io non colo. Qua vedi stante
Virginia in bianca dignità accecante"
Un meccanismo il ribaltò sul dorso.
Allora un musico fé entrare l'orso
E la giornata ansante
Ripigliò nuovo corso

Il poeta avendo avuto ancora
Ricordava il raggio che tutto indora.
"Imparami" diceva mentre quello
Ambiguamente squadrando il mantello
Coi suoi grugniti implora,
Esita sul più bello

Finito, finito, il tempo di scegliere
E lui ricordando carni sì tenere
Vide la bestia piazzata nel centro
Terribilmente combattuta dentro.
Saremo fatti cenere,
Sta scritto, in modo lento

*

Orso e catene, bizzarro consesso.
"Io confesso" parlò "ora confesso
Che la vita mia io la ho ancisa.
Che come le acque venga divisa
L'anima mia, adesso"
E pregò un nome: Lisa

Il re fu eletto da assemblea suprema
"Confessiamo, senza nulla che prema
Che ignoriamo la nostra arte. Siamo
Noi dei buffoni da prendere all'amo"
L'ira santa non scema
Ad alcuno richiamo

Che già la febbre del santo nell'estasi
L'aule non udirono; ed ora destasi
Prodigio come mai si vide alcuno
Nell'antro buio resta l'orso bruno
Che più splenda la festa
Non crederebbe niuno

"Artisti, artisti, vil razza che striscia"
Pensa e dice vedendo quale biscia
Contorcersi adesso, pallido e frale
Quel sant'uomo dinanzi all'animale
Pensa la pelle liscia
Lui frattanto... ma quale?

La pallida, la silente Virginia
Stava laddove una sottile linea
Disinteressatamente una mano
Ebbe tracciato obbedendo al sovrano
Con la casta ignominia
Di schiavo maomettano

Violini dell'autunno, suono cortese...
Tossendo, mastro orso allora prese
A mandar voce e poi così narrare
"Vi era una principessa in fondo al mare
E due sirene stese
Con ella a riposare"

Poi prosegue con lesto colpo d'anche
E un balzo, sulle sirene "cui anche
Lei nel dormiveglia, con mano ignava
Loro orgoglio ancestrale titillava"
Nelle grandi aule stanche
Il camino fumava

"La principessa sposò l'ammiraglio
Dicendo in seguito fosse uno sbaglio"
Sfogliando della sua memoria
Continuò l'orso a rimembrar la storia
"Morì allo sbaraglio
Alla fatal Meloria"

"Molto piangette il commodoro sulla
Bara inghirlandata ove trastulla
Morte le dite, e il bravo comandante
Dormiva il sonno ben più onorante
Disse: mai vidi nulla
Così glorificante"

Il re tacendo soffrì sul defunto
Capitano. Ma il momento era giunto
Quando non più l'anima si interroga
Né più al fato patrigno chiede deroga
E l'orso "A questo punto
Io vi domando proroga"

Furono appronti dal mastro coppiere
Tre pantofole di seta ed un braciere
Suonava forse fuor l'ora squisita.
Le mura videro involarsi una vita.
Scaldavasi il sedere
Il bravo cenobita

Indi il buon orso tacque e fu divisa
La sala. Di là, qual nuova Eloisa
Vi stava del re la figlia fanciulla
Ma nelle fiabe un tramonto da nulla
In purpurea divisa
Almen quest'ora culla

*

Si tacque l'orso. E subito arretra
La fulva bestia, con la facie tetra
Del prete che ha finita l'orazione.
Stranamente solitario un tizzone
Rosso brilla nell'atra
Nottata di passione

Là oltre il fiume sta la cattedrale
Ed alti sovr'essa battendo l'ale
Nere flottiglie di demoni parlano
A chi troppo ebbe bevuto di laudano
Ed essi il nero Male
Sornionamente laudano

Molti conoscon questo ardire strano
Ma no, non mai v'è chi al saggio sovrano
Similemente mai abbia parlato
"E' l'Ora" freddamente manda fiato
Il grande ciambellano
Di piangere è tentato

I fuochi sacrali furono accesi
"Piangi, poeta, su chi hai vilipesi"
Egli un, un nome richiama soltanto
Ma già fu preparato il salso pianto
È tardi per la tesi
È tardi per l'incanto

Le corone di stirpi sotterrate
Affollavano mute quelle arcate
Su di esse più degnamente un paggio
Dovrebbe dipingere uova o formaggio
Poiché furon provate
Le anime al coraggio

E non umanamente ragionava
La sovrana anima pur non prava
"Scevro sia" così un tempo aveva detto
"Da tentennamenti il cristiano perfetto"
E forse rimembrava
Fogli che aveva letto

Ora velocemente laggiù in fondo
Si dibatté nell'animo profondo
Il povero poeta laureato
"Guardate, mura, come ogni reato
Che pur accada al mondo
Io l'avrò vendicato"

L'orso, dolente, riguardava attonito.
Improvvisamente con lungo gemito
Non nulla accadendo, s'imporporò
La bianca Virginia, come un falò
Di grande fuoco torrido
Che dentro lei scoppiò

L'oro fulvo dei di lei bei capelli
Rifulse di sorpresa come quelli
Bizzarri intarsi degli arazzi, e il cuore
Fanciullo si fermò per lo stupore
Due istanti - ma fûr quelli
Come seicento ore

Allora trepidante l'occhio al cielo
Azzurrissimo volse l'anelo
Del corpo che un fremito colse ratto
Il re ghignante forse soddisfatto
Del fiore già lo stelo
Ebbe colto in quell'atto

"Allora" lentamente "mia bambina"
Dicendo "cosa ne pensi o divina
Epifania" lestamente una leva
Muove che verso l'alto la solleva
L'altro, la testa china
Come pioggia piangeva

Il re che ben fiero dei suoi calzoni
Fu andato, ora non sente ragioni
Il pover'orso, tentato alla fuga
Già si rannicchia come tartaruga
Sul volto le passioni
Gli incisero una ruga

Ora il re si solleva un lembo d'oro
Della sacra veste. "Beh, mio tesoro
Non basta questo cambio repentino
Di posto. Ora, il poeta sciocchino
Praticherà un bel foro
Nel tuo bel gonnellino"

Nelle vuote aule rimbombò questa voce
Ed assurdo un inane riso veloce
Come raptus colse i sì nobili astanti.
Il re mandava sguardi raggelanti
Lui gli occhi fece foce
Ad un Gange di pianti

"Su" fece "o poeta, dì qualcosa
A questa fanciulla sì timorosa"
Egli inghiottiva, e facendo conto
Che lui stesse inghiottendo l'Ellesponto
E il bel viso di rosa
Offrendoglisi pronto

Vi era un tempo che la lira cantò...
"Dì, poeta. Apprezzi questo falò?"
Ed egli balbettava inani sillabe
"Su! Non eri quello dalle eptasillabe
Canzoni, tu, dì un po',
E dall'endecasillabe?"

Tempo che vidi uno sguardo cortese...
L'antica lira le sue corde tese
L'orso si fece oratore e poi tacque
Il poeta ricordava ove giacque
Nel sì lontano mese
Quando il suo fato nacque

I fili della vendetta si strinsero
E le di lei squisite gote tinsero
Le fiamme là sotto e il male contesto
Ora il poeta come appena desto
Si dibatteva misero
Col viso rotto e mesto

La fama, il vivo amor e l'aureo scettro
Son detti essere il più nero spettro
Che possa cogliere cuore di uomo.
Così, come Adamo dinanzi al pomo
O aedo innanzi al plettro
Stava, stava il re buono

Canzonava "Poeta, impara quest'arte
A me, tuo Signore! Farmi da parte
Certo non è caritatevol cosa"
Egli non pensa. Il bel viso di rosa
Avrà le membra sparte
Da una furia rabbiosa

Ecco, ecco che il sovrano si muove
E va a dipinger sofferenze nuove
E mille sono le note rimaste
Nelle sue corde. L'orso, come a un master
Impara in quelle alcove
Le scienze iconoclaste

Alle gialle, morbose luci false
Allora ogni pietà umana non valse
Muto, l'orso sol mostrò le gengive
Altissime al cielo dove le acque vive
Scorrono, non mai salse
Ma pure acque sorgive

Fu questione d'un tocco solo, se
Non fosse che si fermò, e disse "Se
Tu ora potendo volessi, o poeta
Che faresti, a colei che troppo è quieta?"
"A me lo chiedi, a me
Maledetto!" e s'acquieta

"Pazienza. Hai avuto il tuo momento.
Ora, o artista, dì il tuo testamento"
E quale naufrago che tentennasse
Dinanzi la salvezza, fiere e lasse
Le membra diede al vento
E pareva trionfasse

"O re, giusto è il tuo trono. Sono vinto"
E pensò a quando fu d'alloro cinto
Allora soltanto una di mille
Bocche laudanti mandava faville
Non d'oro bello e finto,
Non di ragazze brille...

"O re, cosa dire? Secca è la lingua
E l'occhio par che più nulla distingua.
Sono vinto. Mai non volli la gara
Ma almeno concedimi una gioia rara
Se davver vuoi che estingua
Questa vita bovara..."

Dietro la finestra ornata con arte
Pum, crash, tono di fulmine in disparte
La vita si consuma nella fretta
Ecco la vita volar in bicicletta
Lungi e farsi da parte
Ecco la fine perfetta...

*

Dapprima lentamente mandò voce
"Dolcezza" disse "il fuoco che ci cuoce
Nulla mi fiacca se potrò vederti"
E l'orso con gli occhi febbrili aperti
Mandò alto un grido atroce
Che risuonò ai deserti

"Dolcezza, io vorrei ben riscaldarmi
Alla vostra fredda manina. L'armi
Portate, o signori camerieri!"
Ecco due adolescenti alabardieri
Spauriti dire carmi
Sotto i cupi cimieri

Fu allora che l'orchestra un po' riprese
A mandare certe note sospese
Il poeta attendeva il risultato
Il fuoco di nuovo fu riattizzato
Virginia, membra tese
Tratteneva il fiato

"Dolcezza" e non dovette continuare
Più. Virginia cominciò ad esalare
Un lungo e vasto antico lamento
Che le vergini cantavano nel vento
Il re pensava al mare
E ogni lume fu spento

Fu stretto un altro giro di catena
Cominciò "Amore, il vento che ci mena
È fiera burrasca che mai non scema
Amore, andiamo, senza alcuna tema"
E canta con gran lena
La sua canzon suprema

"Con questa, sai, noi fummo incoronati"
Sussurra a lei cui i capelli bagnati
Di pianto sempre fluente incoronano
Un volto in cui tutti gli atomi tremano
"Coraggio! Fummo nati
E' tempo che ci applaudano"

Poi, muovendo indicibilmente piano
Accortamente suscita la mano
Del poeta finissimi dolori
A Virginia dai pudichi rossori.
L'amor suo lontano
Ha in cima or ai pensieri...

Il re l'orso complicemente squadra
E quello dall'usata mano ladra
Non può fare che prendere altro miele...
Splende sì alta la notte crudele
Laddove tutto quadra
E si carpiron mele

Così nel nuovo e pure altramente
Sognato vizio s'eleva la mente
Del vinto, che ora, fosco padrone
Non ha più limiti che la Passione
Molto liberamente
Passata a revisione

Si compiace il re del suo maniscalco
Che un dì il metallo versando nel caldo
A tali e tanti usi predispose!
Quanto sia buono a sfiorare le rose
Ora sul tristo palco
Dimostrano le cose

Sulla fronte al poeta laureato
Scende frivolo sudore. Montato
Sul suo trono di vittima carnefice
Lavora con la grazia d'un orefice.
La lira ebbe suonato
D'un trillo troppo semplice

"Cara, ti va di mandare a memoria"
Sogghigna rimirando la sua gloria
"Queste rime?" E riprende l'ispirato
Canto dei suoi canti a petto spiegato
Poi sfoga la sua boria
E le strappa un latrato

Infine prolungando oltre misura
Il gesto quasi strappa una giuntura
E gode del rosso grido che screzia
L'aurea beltà come fosse un'inezia
Infierisce con cura
Dicendo una facezia

E sì facendo ghignava tra i denti
Mai poi che sopra i sacri paramenti
Capolavoro tanto e tal fu fatto
Allora, si fermò il re d'un tratto
Mai uso a pentimenti
Lui che ignora il misfatto

"Basta!" come trattenendo a pena
In sé la psiche e sì che una vena
Quasi sul collo gli scoppia
"Basta" dice "Forse il poco ti stroppia?"
E lui rinuncia appena
Balzargli sulla groppa

Il poeta è ora al centro della scacchiera
"Dì, re, dov'è, la tua sicumera?"
Il re che insospettabilmente balza
Quasi a terra nell'impeto cui s'alza
Maledice la sua era
Nero sbotta e sobbalza

*

"Oh notte quale nessuna furente!
Ferma..." "Tu ferma" ei pensa "...la demente
Mano e l'empio foro di rossa bava
Che per bocca tieni!" Così parlava
Con lo sguardo e la mente
Verso l'anima prava

Fermando l'opera e ridandola alle
Lacrime quegli si stracciò lo scialle
"Cosa vuoi ancor, con gli occhi fissi?"
"Imparami quest'arte, io ti dissi!"
"Ebbene, vedi falle?
Fo quello che prescrissi!"

Fiero sguardo menò, tosto rivolto
All'ansimante suo compito svolto
"Che, re? Non ti piace? Guarda, il trionfo!
Nessuna falla, guarda, nessun tonfo"
Il re, da terror colto
Oh, più non era tronfio

Il re volendo tanto ora abbracciarsi
All'orso, si protese e fé "Che farsi!"
"Farsi di cosa?" "Dell'anima tua!"
"Oh, ancor tu parli! E della sua
Non v'è da disperarsi?
Le ho fatto tanta bua"

La mirò. E pur nulla rinnegando
Affondò nel suo lago di pianti quando
Si vide vittorioso. L'energumeno
S'era fatto heautontimorumeno
E piangeva blando
In mezzo allo sfasciume

Là stava fisso l'altro imbambolato
Il boia di servizio tolse fiato
Al macchinario che s'accasciò morto
Lui si rimembrò del suo antico torto
Che neanche torturato
Alcun gli avrebbe estorto

Si ricordò d'infanzie e primavere
Ed allegrie banali d'altre ere
Ora che tutto viveva diversa
Esistenza... "Oh vita sì perversa
Ognun ti è giocoliere!
Che tu mi sia dispersa!"

La neve delicata era già ferma
Nel volere di quella notte inferma
Il re si riprese. "Piano, su. Suona
Qualche tua nota disperante e buona"
Con voce sì malferma
E pure vi risuona

L'occhio del poeta laureato visto
Aveva il vicino braciere. "Tristo
Pianista, fermati, te ne scongiuro"
Il fuoco appena scagliato re Arturo
Mantinente combusto
Ebbe e al fumo commisto

Urlando il sovran si riversò al suolo
Mille mandando scintille su in volo
"Aiutami, pianista!" fé allorquando
Vide sé a fosca cenere tornando
E quegli solo stando
Sopra si gittò, solo

Comicamente andava in dissolvenza
Il fasto crudele di tutta la stanza
Dal suo Signore appiccata alle fiamme
Bruciaron panoplie ed orifiamme
Nell'orrida sfattanza
Dell'assurdo bailamme

"Tu m'aiuta, mi spegne, pover'omine!"
Va gridando il potente capo d'anime
Cercando al poeta nel proprio corso
Per farlo partecipe. Ma ecco l'orso
Alla Natura unanime
Or rendere rimborso

E s'agita la bestia orribilmente
Di rabbia e di torvo fumo fremente
Dalle gengive mandare altro sangue.
Oh gentile cuore che lungi langue...
Chi sì malevolente
Qui striscia come angue?

"Satana!" prorompe "Satana vile!
Fuori" grida lui "Di tal porcile"
E per fuggire avendo l'ascia
Stremato come defunto s'accascia
Spirando in su il cortile
Che or la notte lascia

"Vi era" squarciando l'ira tremenda
Del fuoco "Vi era là la leggenda
Della principessa in fondo al mare"
Il gran poeta riprende a narrare
"Che visse in una tenda
Per tema d'affogare"

"E aveva due belle fanciulle ai fianchi..."
Tlin, tlin, tlin, tlin di campanelli stanchi
Volava come una chimera muta
Là nella sala allor che fu diruta
"Parlava ai pesci, e ai granchi
L'acqua che ebbe bevuta"

*

Fu dopo che primariamente acquietate
Le fiamme furono, che altre fiate
Non mossa avendo la lingua, stavolta
Parlò. E la voce di lei sciolta
Ebbe note argentate
Come se al Cielo tolta

"Padre" ed aprì i troppo azzurri occhi
"Signore mio, a che questi rintocchi?"
"Padre" e mosse le membra scalfite
"Perché tali cose furon compite?
I vostri cuori sciocchi
Odian le vostre vite?"

"A che tutto questo, chiedo, a che cosa?
Perché a sì bell'anima sì vergognosa
Sorte?" Ma allora ciascun del trascorso
Suo temendo sé mise dietro l'orso
"Oh, mi terrete odiosa!"
E si girò sul dorso

Per un istante poi si ristette.
Lo spirito suo, se mai esistette
Persona degna d'ascendere ai cieli
Cominciò a violare tutti i Vangeli
Mandando a labbra strette
Preghiera ai suoi fedeli

Da quelle labbra di rosa innalzando
Andò una musica che mai Orlando
Sperò di sentire, se le campane
In testa pure sentiva lontane
Musica che volando
Mise ali sovrumane

Ella disse; e mille violini mesti
Levaronsi là, seguiti sì lesti
Da sette angeliche voci di piano
Che cantavano salmi di lontano
Come uccelli foresti
In casa d'un Sultano

Liquide, celesti, come i ruscelli
Gli universi ed i paesi più belli
Calavano dalla fanciulla bocca
Ed ecco un'altra nota che rintocca
E quali mai cervelli
Non vellica e poi tocca

Poi agli sguardi distrutti di quanti
Stavano, secoli di caldi canti
Ella intonò come un solenne organo
I versi che le vergini al sol cantano
Dolci, esuberanti
Che lievi ombre velano

I canti che l'antica lira trillava
Nelle sere antiche, quando men prava
Era l'umanità bambina, e quando
Al sole buono che andava chinando
La testa s'elevava
Gli alti inni... o quando...

Allora aggrappato variamente
Ad un lampadario ciascuno stante
Udiva tali semplici accordi
Li udiva che fluivano concordi
Al cuore sanguinante
Destandone i ricordi

Poi voltata la spirituale pagina
E trattane la nota più patetica
Sta per illuminar della più alta face
Quell'ora, quando d'un tratto si tace
E fatta quasi asmatica
In fin di vita giace

Ad ella fievole l'ultimo smuore
Dei canti. Eccola in santo torpore
Allora impazzito di folle ira
Il poeta getta sé sulla lira
Irrompe con furore
Sulla più alta pira

Ed il poeta premiato a sì alta
Cattedra ecco che addosso le salta
E pone alle corde fresche le dita
Cercando e impetrando trarne altra vita
Ma la sua impresa salta
Prima d'esser partita

Ecco, come perdonando il mondo
Lancia con gli occhi il dubbio più profondo
E ai cieli di pitture or disvola
Lume sì bello. Sussulta la viola
E accenna un canto fondo
Che trasuda e percola

Più grande e nobilissimo prodigio
Dell'animo d'uomo, sempre sì ligio
All'arte, questo cantore che strazia
La lira che sì amò nella disgrazia
E la compiange, grigio
Come ad una ragazza

*

Le querule cascate tanto dopo
Provate a ridipingere, a che scopo?
Sta l'orso sanguinante lì davanti
Mentre il fuoco già assedia gli astanti
Nulla sì atto all'uopo
Saprebbero i poetanti

Versificatore, impara al re
Quell'arte dolce che conosci te!
Le fiamme ora calme alle vetrate
Fan certe decorazioni screziate
E il servizio da tè
Brucia sotto le arcate

"Parnasi! Parnasi che m'eleggeste!"
Grida, e sopra le loro teste
Cadono tendaggi e travi in fiamme
Ma l'orso non balla in questo bailamme
Involontario teste
Di tante feste strambe

"Parnasi!" grida e più nessuno ascolta
La nota divina già venne colta
Ora si taccia. Il sogno perverso
D'una notte ora giace là, riverso
Consumasi a sua volta
Or che il giorno suo ha perso

Il re, il re che si trascina confuso
È là al suolo, di fuoco circonfuso
Il poeta laureato lo vede
Ed ha l'occhio del lupo intento a prede
Colui che allor fu illuso
Solo la morte chiede

E morte, morte per dare si scaglia
Nella sua estrema rabbiosa battaglia
E dice come chi sappia il suo torto
"Pace su di noi, caro corpo morto!"
E lo squassa, e lo scaglia
Con un matto trasporto

Volano pezzi del corpo giacente
Su per la stanza ben bizzarramente
E lui fa scempio di quello che resta
Ma appena la fiamma s'appicca presta
Al pelo, si risente
La bestia e si ridesta

"Cosa" buttando le gengive in fuori
"Cosa, cosa voi mistificatori
Viveste con me sulla prona Terra?"
Eccolo che incomincia la sua guerra
E colpi e gran furori
Mentre che grida sferra

"Morrete!" l'orso fa "morrete, indegni
Che godete dinanzi a quadri e disegni
E sia l'ultima parola mia detta!"
Allora il solleva per somma vendetta
Alto su tutti i regni
E uccide nella stretta

"Muori" ed ora di qua ora di là
Piglia a lanciarlo "Muori, gran viltà
Della natura!" Il mobilio disfatto
È dalla rabbia che lo colse ratto
"L'uomo con me morrà!"
Disse "E sia mio riscatto"

Sì sfracellando finalmente sfascia
L'umile cranio che a terra rilascia
Quanti, quanti perdette in quell'ora
Di versi il mondo, insieme all'interiora
Di cui l'empia ganascia
Riempie la bestia ora

Il fiume che là dietro va tranquillo
Mormorando appena ode il primo trillo
D'un uccello mattinale che passa
Ma il gran castello il terremoto squassa
E giù, in un attimillo,
La pietra sfatta e lassa

Il demonio contempla la sua opra.
Ma l'orso prima morir, là sopra
Ancora forte ansimando vicino
Sì fa al corpicino distrutto e chino
A baciarlo s'adopra
Come officio divino

"Cosa, cosa mai ti fu fatto" dice
E solo vede poi qual cicatrice
Il sì sommo artista lasciò alle genti
"Oh! Ben ti veggo, nido di serpenti!"
La bestia distruttrice
Tra mezzo i roghi ardenti

"Ora lo veggo!" ed attonito resta
Come preso da qualche turpe estasi
Poi baciato l'ultima volta il viso
La solleva; e mirò il suo segno inciso
D'artista sulla testa
Pur sanguinante e liso

Allora niun poté, e tutti dovendo
Non videro, dalla città, il tremendo
Capolavoro sollevato al raggio
D'oro, il sommo amore ed il sommo oltraggio
Risplendere ormai spento
Sullo smorto visaggio

E una lettera, un simbolo, un solo nome
Gridava quella firma sì alto come
In cielo qualcuno il dovesse udire.
I sì innocenti giochi... l'avvenire?
Qua sono le ore buone
E il più lieto dormire

Ah, chi mai sì tanta fortuna ebbe?
Non so. Ma so cosa ti piacerebbe
Che tu ancora non sai. Similemente
Fu detto, quando il mondo era innocente...
Dov'era? Dove crebbe
Quel buon cuore? e la mente?

Lentamente inclinandosi ed infine
Incrinandosi d'una crepa fine
Le torri crollan sbriciolate a valle.
Sul fiume un solo volo di farfalle
Svapora su le cime
Della fertile valle

Ed il grido che l'orso manda ai cieli
È coperto da tenebrosi veli
Di rovinoso rombo verso il fosso
Allora che il colle scrolla di dosso
I macigni fedeli
Dell'antico colosso

Poi alcunché più s'ode. Spunta il giorno
E l'astro giustamente fa ritorno
Dopo una notte quale mai alcuna.
Un, due, tre sogni là sotto la duna
Giacciono nello scorno
Senza conoscer luna



*questa cagata vi è stata gentilmente offerta da www.fezzyworld.too.it*
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