Pubblicata il 22/12/2010
Il cielo gravoso dell’inverno
mi conforta con il suo spessore
spingendomi verso un'altra giornata
di lavoro. Prendo la mia strada
e comincio l’arrampicata
tra auto feconde e signore truccate,
vado verso il monte del mio pegno.
I sacchetti di spazzatura come merletti inamidati
contornano il mio sentiero,
un’introversione ferrosa quella carcassa arrugginita
abituati oramai ai peggiori latrati
lì dove i greci venivano a ringraziare gli dei
qualcuno c’ha lasciato un moderno refrigerè:
il senza gloria che strozza la storia.
A che serve più lottare
per quale venduta verità
per quale disumana astrazione,
per chi?
La carne mia ribolle
si ribella e si libera in un urlo
che il rombo della mia auto non contiene
e rintrona, tra le pietre antiche,
gli ulivi secolari, i fichi d’india,
i filari delle vigne d’inverno,
l’abbazia dimenticata, Madre Etna,
il cielo infinito, la mia coscienza.
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bella, soprattutto la parte finale

il 22/12/2010 alle 16:05

grazie Arturo, un complimento fa sempre piacere.

il 26/12/2010 alle 23:48

grazie Arturo, un complimento fa sempre piacere.

il 26/12/2010 alle 23:49