Pubblicata il 22/07/2010
Le parole discendono
a parabola su di noi
dopo essersi alzate
per descrivere al cielo
le nostre emozioni,
che adesso, rovinosamente,
toccano terra.
Mi sei sfuggita,
sono scappato,
l’aria pesante
non faceva respirare.
Ci sono caduto ancora
e tu come me,
venerdì sera da tarantola
la stessa pietanza
sonoramente orribile.
La lotta settimanale
accetta una tregua
fatta di figli
che riempiono il nido
una volta solo nostro.
Questo mondo
ci cade addosso
e le macerie sono
pezzi di noi, qua e là
una mezza adolescenza,
frammenti di gioventù,
aspirazioni e ideali
che come spuntoni
emergono dalla polvere,
romanticismi storditi
dalle rate del mutuo.
Non c’è equità che tenga
quando siamo due:
la tua vita contro la mia,
la tua fatica contro la mia.
Che impresa amore mio!
Sentire e pensare insieme
tirare e trattenere insieme
condividere e solitudere insieme
amare e odiare insieme
accettare e respingere insieme.
Mentre,
i nostri figli ci guardano,
esseri strani, puri
ma duri, spietati,
sono nati già così
o siamo stati noi.
Sono lì in mezzo
padroni della scena,
la nostra nuova realtà
non più parte di noi,
essi vivono in sé
attaccati ancora a noi
semanticamente marsupiali.
Perdonami, amore mio
ho sbagliato ancora,
ma ancora sono qui
e qui sarò se lo vorrai.
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