Pubblicata il 08/02/2010
Si erge su una collina,
sporgendosi come un fungo,
la strada ed il palazzo sembrano l’una la continuità dell’altro,
forse è la strada che porta al palazzo
perché il palazzo è vivo da sé,
dimostra di esistere, senza esitazioni.
I materiali umani sono mischiati,
compatibili oramai solo con questa scena.
All’origine ci trovi sempre una madre rimasta sola,
gli uomini di qui sarebbero niente
senza quella mamma che li ha trascinati,
per le scale del palazzo.
Si vendicheranno trascinandole appena ragazze
in pensioncine impensabili di periferia,
nel sogno di una sera d’estate.
E poi nelle sale parto per bambine
che fanno bambini.
Ma anche in qualche pronto soccorso
con il sangue in faccia
dopo qualche “caduta accidentale”.
Orrendo Palazzo di cemento,
una vita contro tutti e senza nessuno accanto.
Non puoi barare, inventare, nascondere
qui sei quello che fai e non quello che dici.
Le tue viscere parlano per te.
Se sei assistente sociale non fa per te.
Qui un figlio non è tuo figlio
è rubato o nascosto.
Quando hanno bisogno di lui
se lo prendono, prima a spacciare
oppure al nord a far rapine,
poi diventa uno di loro.
Te lo vedi diventare estraneo sotto gli occhi
Gli cresce il muso, impara a stare zitto
ti tratta male, ti chiede la roba firmata.
Un figlio non è tuo figlio, lo nascondi
intanto, poi gli paghi l’avvocato
coi soldi delle scale.
Usa così da queste parti,
di madre in figlia,
di figlia in nipote:
il dolore è genetico.
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Cruda e terribile nella sua verità.E' un pugno allo stomaco
,un grido di dolore ,di rabbia contro una realtà che ad alcuni , troppi , fa comodo non vedere .Eppure "il palazzo di cemento" è lì ,"sulla collina" ,impossibile da non vedere!
ciao eoskarma

il 08/02/2010 alle 13:47

Si voleva essere proprio un pugno che toglie il respiro...

il 27/02/2010 alle 15:43

Grazie!

il 27/02/2010 alle 15:43